Il decimo anniversario del terremoto che distrusse Amatrice e altri paesi del Centro Italia è stato l’occasione per fare un bilancio sullo stato dell’arte della ricostruzione. La ricorrenza è stata peraltro preceduta qualche settimana fa da un importante provvedimento, un decreto legge che ha disposto la cessazione a partire dal 31 dicembre 2026 dello stato di emergenza nazionale e delle residue attività di Protezione civile, che con le relative risorse finanziarie saranno trasferite alla struttura commissariale. Questa continuerà ad operare fino alla fine del 2029.
Con alcuni esponenti della sezione Marche (la regione più colpita in termini materiali, considerando anche le scosse successive al 24 agosto 2016) dell’Istituto Nazionale di Urbanistica - Roberta Angelini, Luca Domenella, Giovanni Marinelli, Ilenia Pierantoni, Viviana Veschi – è utile oggi tracciare un ragionamento complessivo perché, dichiarano,“guardare alla ricostruzione dalla prospettiva dell’urbanistica consente di andare oltre il solo numero dei cantieri. Oggi i dati[1] mostrano un’accelerazione significativa: 36.149 richieste di contributo per la ricostruzione privata, 23.361 cantieri autorizzati e 14.968 conclusi, pari a oltre il 64 per cento degli interventi avviati; oltre 8 miliardi di euro liquidati, il 69 per cento dal 2023. Sul fronte pubblico, il 98 per cento dei 3.667 interventi programmati risulta sbloccato o avviato. Numeri che restituiscono l’avanzamento materiale della ricostruzione, ma che non sono sufficienti, da soli, a misurarne gli effetti sulla tenuta demografica, economica e insediativa dei territori colpiti; ricostruire un territorio non significa soltanto ricostruire ciò che il sisma ha distrutto: è forse questa la principale lezione del decennio”.
Angelini, Domenella, Marinelli, Pierantoni e Veschi ricordano che “il cratere interessa 138 comuni, quattro regioni e circa 8.000 km²: un sistema territoriale vasto e differenziato, costituito in larga parte da aree interne e montane già interessate, prima del sisma, da spopolamento, invecchiamento, rarefazione dei servizi e fragilità economica. Il sisma non ha quindi prodotto tutte queste fragilità, ma le ha spesso accelerate e rese più evidenti, facendo emergere differenze significative nella capacità dei diversi territori di reagire e riposizionarsi. In questo contesto, la ricostruzione si è inevitabilmente confrontata con una domanda più complessa: ricostruire dov’era e com’era, oppure utilizzare la ricostruzione per ripensare il futuro di questi territori? Una contrapposizione che, a distanza di dieci anni, appare peraltro sempre meno sufficiente: la conservazione dei caratteri identitari dei luoghi deve oggi confrontarsi con condizioni demografiche, economiche, ambientali e sociali profondamente mutate. Anche gli strumenti sono cambiati nel tempo. Dalle perimetrazioni e dai piani attuativi della prima fase del post-emergenza si è con il tempo giunti ai Programmi Straordinari di Ricostruzione e a una concezione più ampia della ricostruzione, capace di mettere in relazione edifici, spazi pubblici, infrastrutture, servizi e sviluppo territoriale. Si è così progressivamente affermata la necessità di passare dalla scala dell’intervento edilizio a quella urbana e territoriale, riconoscendo – proseguono - che la ricostruzione fisica non può essere separata dalle condizioni di accessibilità, dalla dotazione di servizi, dalla qualità dello spazio pubblico e dalle prospettive di riabitazione. Un’evoluzione importante, ma non priva di difficoltà”.
Infatti, sottolineano gli esponenti di INU Marche, “la pianificazione ha dovuto confrontarsi con strumenti urbanistici generali spesso datati, mentre l’emergenza imponeva decisioni immediate e il trascorrere degli anni modificava la popolazione, i bisogni e le priorità. Le stesse Linee guida commissariali ai piani e programmi per la ricostruzione, redatte in collaborazione con INU[2], hanno progressivamente riconosciuto la necessità di una 'visione unitaria' per il territorio del sisma. In questo quadro, ricondurre alla pianificazione la responsabilità dei ritardi rischia di semplificare una vicenda caratterizzata dall’intreccio tra procedure, governance, disponibilità di risorse, capacità amministrativa e complessità degli interventi. La questione sembra invece un’altra: quale pianificazione è necessaria per ricostruire territori fragili e in trasformazione? Non strumenti che cristallizzino un assetto precedente al 2016, ma dispositivi capaci di accompagnare il cambiamento, integrare ricostruzione, prevenzione e adattamento e coordinare politiche abitative, servizi, mobilità, patrimonio e infrastrutture ambientali. Una pianificazione, quindi, non soltanto spaziale ma anche processuale, capace di lavorare per fasi, verificare gli effetti delle scelte e adattarle all’evoluzione delle condizioni territoriali. Negli ultimi anni questa prospettiva si è rafforzata. La complementarità tra ricostruzione e programma Next Appennino, sostenuto da 1,78 miliardi del Fondo complementare al PNRR, ha contribuito a spostare l’attenzione dalla riparazione del singolo edificio alla rigenerazione economica, sociale e territoriale. La disponibilità di risorse e programmi, tuttavia, non garantisce di per sé un progetto territoriale: resta decisiva la capacità di costruire coerenza tra investimenti, strategie di sviluppo e scelte urbanistiche. Rimane però una domanda fondamentale: per quali comunità stiamo pianificando? In dieci anni la popolazione è cambiata. I bambini del 2016 sono diventati adulti, alcuni hanno scelto di restare e altri hanno scelto di crescere e mettere radici altrove, la popolazione è ulteriormente invecchiata e bisogni e modi di abitare sono mutati significativamente. Sono cambiate anche le geografie quotidiane: i luoghi del lavoro, dell’istruzione, dei servizi e delle relazioni non coincidono necessariamente con quelli precedenti al sisma, mentre le soluzioni abitative temporanee, in alcuni casi, hanno prodotto nuovi assetti insediativi destinati a lasciare effetti di lungo periodo. Non possiamo quindi pensare di ricostruire semplicemente la comunità che esisteva nel 2016. Occorre allora interrogarsi non soltanto su cosa ricostruire, ma su cosa consolidare, cosa trasformare e quali nuovi assetti insediativi siano sostenibili nel lungo periodo. La sfida dei prossimi anni è proprio qui: passare definitivamente dalla ricostruzione dei luoghi alla costruzione del futuro dei territori. In virtù anche dell’avvio di una nuova stagione urbanistica nelle Regioni Marche (LR n.19/23) e Abruzzo (L.R. n.58/2023); si apre il tema del progressivo passaggio dalla ‘governance straordinaria’ della ricostruzione alla ‘pianificazione ordinaria’: un passaggio che richiederà di trasferire negli strumenti urbanistici conoscenze, progettualità e innovazioni maturate durante il lungo processo post-sisma. In questo scenario i nuovi strumenti urbanistici possono rappresentare una concreta occasione, se sapranno collegare pianificazione e prevenzione, adattarsi a comunità più piccole e diverse e trasformare la ricostruzione in un progetto territoriale di lungo periodo”.
Andrea Scarchilli - Ufficio stampa Istituto Nazionale di Urbanistica
[1] Per approfondimenti: Rapporto 2026 del Commissario Straordinario Ricostruzione Sisma 2016 (https://sisma2016data.it/wp-content/uploads/2026/06/INVITALIA_IMPAGINATO_290626.pdf)
[2] Per approfondimenti: attività di supporto alla redazione di programmi e piani per la ricostruzione – Ricerca INU (https://sisma2016data.it/ricerca-inu/)