Le città, italiane e non solo, sono sempre più sottoposte allo stress del cambiamento climatico, che nei mesi estivi si manifesta sotto forma di ondate di calore, multiple e molto prolungate. Un fenomeno sempre più accentuato, dicono i dati e le misurazioni.
Denis Maragno, professore di Tecnica e Pianificazione urbanistica all’Università Iuav di Venezia (Dipartimento di Culture del Progetto), rileva in relazione a quanto registrato sinora nel 2026 che “non si tratta soltanto di un nuovo record climatico, ma della dimostrazione che gli attuali sistemi urbani faticano a rispondere a eventi estremi sempre più intensi e prolungati. Gli effetti si manifestano contemporaneamente sulla salute della popolazione, sul funzionamento dei servizi, sulle infrastrutture e sugli ecosistemi urbani, rendendo evidente come il cambiamento climatico rappresenti ormai una delle principali sfide della pianificazione territoriale”.
Il tutto è aggravato dal contesto dato che, prosegue Maragno, “l’elevata impermeabilizzazione del suolo, la progressiva perdita di copertura vegetale e la forte densità edilizia amplificano il fenomeno dell’isola di calore urbana, rendendo le città sempre più vulnerabili alle temperature estreme, con effetti sulla salute dei cittadini, sulla vivibilità degli spazi pubblici e sulla qualità dell’ambiente urbano”.
Il cambiamento climatico, quindi, come variabile indipendente, visto che “non rappresenta più una prospettiva futura, ma un’emergenza con cui le amministrazioni devono confrontarsi quotidianamente. L’adattamento deve quindi diventare una componente ordinaria delle politiche urbane, non una risposta emergenziale o occasionale. Nel breve periodo esistono interventi già consolidati: incrementare le infrastrutture verdi, aumentare l’ombreggiamento degli spazi pubblici, utilizzare materiali a minore accumulo termico e sviluppare una rete di rifugi climatici, costituita da edifici pubblici, biblioteche, centri civici e parchi accessibili in grado di offrire condizioni di sicurezza durante gli eventi estremi, soprattutto alle fasce più vulnerabili della popolazione”.
Maragno rileva tuttavia che “la vera innovazione non risiede esclusivamente nelle soluzioni progettuali, bensì nella capacità di costruire una conoscenza del territorio in grado di orientare le decisioni. Il principale limite dell’adattamento non è la mancanza di possibili interventi, ma la difficoltà nel comprendere dove e con quale priorità intervenire. Se non siamo in grado di rappresentare spazialmente un’isola di calore, il rischio di allagamento o la vulnerabilità della popolazione, questi fenomeni difficilmente entreranno nei processi decisionali. Oggi dati satellitari ad alta risoluzione, modelli climatici, sistemi GIS e, in futuro, i digital twin consentono di individuare le aree maggiormente esposte, valutarne la vulnerabilità e definire priorità di intervento fondate su evidenze scientifiche”.
Ragionando in prospettiva, si chiama inevitabilmente in causa la necessaria innovazione degli strumenti classici dell’urbanistica: “Nel medio e lungo periodo l’adattamento climatico deve entrare stabilmente negli strumenti di pianificazione urbanistica. Non è più sufficiente pianificare l’espansione o la rigenerazione della città: occorre pianificarne la resilienza, passando da una pianificazione che reagisce ai danni a una che anticipa il rischio. In questo scenario assume un ruolo centrale la formazione delle nuove figure tecniche. Urbanisti e pianificatori dovranno integrare le competenze tradizionali con le nuove tecnologie dell’informazione, trasformando dati complessi in decisioni di piano e riconoscendo i servizi ecosistemici come una componente strategica del progetto urbano. Le università sono chiamate a svolgere un ruolo fondamentale: formare i professionisti del futuro, sviluppare nuove metodologie e trasferire conoscenze scientifiche alle amministrazioni. La ricerca, infatti, non può limitarsi a descrivere gli effetti del cambiamento climatico deve contribuire concretamente a costruire gli strumenti conoscitivi e operativi necessari per affrontarlo, formando al tempo stesso i progettisti e gli amministratori del futuro”.
Andrea Scarchilli - Ufficio stampa Istituto Nazionale di Urbanistica