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In ricordo di Giorgio Piccinato, il testo di Giuseppe De Luca. La curiosità dell'urbanista

29/08/2026

Ho appreso con profonda tristezza della scomparsa di Giorgio Piccinato ieri, 28 agosto, a Roma. Era nato il 15 novembre del 1935 a Tolmino, un Comune allora in territorio italiano, ora in Slovenia. Scrivere di lui non mi è facile, perché Giorgio ha attraversato momenti diversi della mia vita: è stato prima uno dei miei professori allo IUAV di Venezia, poi un mentore spingendomi ad andare a studiare alla London School of Economics, perché, come leggo dal mio quaderno di allora: “Bisogna saper interrogare la società che ha prodotto la città, prima di studiare su come predisporre uno strumento urbanistico”. Poi, con il sostegno di Giovanni Astengo e di Bruno Gabrielli, mi ha spinto ad entrare in Accademia. Oltre che mio amico era diventato, così, anche un collega. Per questo il ricordo personale si intreccia inevitabilmente con quello dello studioso e dell'urbanista.

Giorgio apparteneva a una generazione particolare della cultura urbanistica italiana. Una generazione per la quale diventare urbanisti significava certamente studiare, ma anche viaggiare, osservare direttamente le città, discutere di architettura e politica, interessarsi al cinema, al teatro e all'arte, all’evoluzione del lavoro e della moda, partecipare al dibattito culturale e civile.

Lo racconta molto bene lui stesso in una bella intervista rilasciata a Orazio Carpenzano nel 2019 – per il volume Lo storico scellerato – ricordando gli anni della formazione insieme a Manfredo Tafuri. Erano quasi coetanei, si erano conosciuti all'Università di Roma e, come dice Giorgio, avevano "subito fatto coppia". Condividevano viaggi di studio attraverso l'Europa, con pochi soldi e una macchina che si rompeva continuamente, alla ricerca di quell'architettura moderna che spesso conoscevano soltanto attraverso le riviste.

Germania, Scandinavia, Finlandia, Aalto, Saarinen, Pietilä: quei viaggi erano una maniera di costruirsi autonomamente una parte della propria formazione, quella che mancava allora nelle università italiane. Servivano, avrebbe ricordato Giorgio molti anni dopo, a “cercare e trovare l'architettura moderna e contemporanea che poi riportavamo in facoltà”. Ma non cercavano soltanto architettura. Giorgio ricorda quanto fossero partecipi dell'innovazione culturale della Roma degli anni Sessanta: Antonioni, Carmelo Bene, le avanguardie, i piccoli teatri sperimentali. Questa curiosità per ciò che stava accadendo intorno a lui credo sia rimasta una caratteristica profonda del suo modo di essere urbanista. La città non poteva essere compresa rimanendo chiusi dentro i confini dell'urbanistica ed è un tratto distintivo della sua vita: capire più che giudicare. Come ricorda la collega Anna Laura Palazzo – rileggendo nel 2021 il libro Il carretto dei gelati – un “urbanista tra gli storici e storico tra gli urbanisti”.

Giorgio portava anche un cognome che, nella storia dell’urbanistica italiana, inevitabilmente lo precedeva. Era nipote di Luigi Piccinato, figlio di suo fratello, anche se non di rado veniva erroneamente indicato come suo figlio. Non so quanto quella parentela abbia direttamente inciso sulla sua formazione intellettuale e sarebbe improprio costruire retrospettivamente una genealogia che non possiamo documentare. Certamente, però, quel cognome costituiva una presenza che gli altri tendevano continuamente a ricordargli. Lui stesso, parlando della quasi spontanea distribuzione dei ruoli all'interno dell'AUA, diceva con ironia: "Forse per via del mio nome io ero giudicato l'urbanista".

Quel rapporto familiare di certo ebbe un ruolo anche in uno dei passaggi decisivi della sua vita accademica. Nel 1970 Giovanni Astengo chiamò Giorgio allo IUAV, nel momento in cui stava dando vita al primo Corso di laurea in Urbanistica istituito in Italia, inizialmente ospitato a Villa Franchetti, a Preganziol. Alla chiamata contribuì anche la sollecitazione di Luigi Piccinato.

Non era una relazione nata allora. Astengo conosceva Luigi Piccinato da molti anni attraverso l'Istituto Nazionale di Urbanistica, almeno dalla stagione del dopoguerra nella quale era stato chiamato a ripensare Urbanistica, la rivista ufficiale dell'INU, e considerava Piccinato uno dei propri maestri. Alla chiamata di Giorgio contribuì inoltre l'endorsement di Manfredo Tafuri, che già insegnava allo IUAV e con il quale Giorgio aveva condiviso formazione, viaggi, battaglie culturali ed esperienze professionali.

Dietro quell'arrivo a Preganziol si intravede così una parte importante della storia dell'urbanistica e dell'architettura italiana del dopoguerra. C'era la grande opera di rinnovamento dello IUAV avviata da Giuseppe Samonà; c'era la generazione di Luigi Piccinato; c'era Giovanni Astengo, impegnato a costruire una formazione universitaria autonoma dell'urbanista; c'era la nuova stagione critica rappresentata da Tafuri. Giorgio arrivava all'incrocio di queste traiettorie, portando inevitabilmente con sé un cognome importante, ma cominciando proprio lì a costruire pienamente una propria identità di studioso e docente.

La sua presenza nel nuovo Corso di laurea in Urbanistica fu fondamentale. Giorgio insegnava Teorie dell'Urbanistica 2 e, attraverso il suo insegnamento, contribuì ad aprire la formazione degli studenti a una dimensione decisamente internazionale. Non si trattava semplicemente di aggiungere qualche esperienza straniera a una storia prevalentemente italiana. Significava comprendere che la nascita e le trasformazioni dell'urbanistica moderna dovevano essere lette dentro processi politici, economici, sociali e istituzionali che attraversavano l'Europa. Insieme a Marco Romano invitava gli studenti a comprare in sacco a pelo, trovare amici in varie città e in Italia e all’estero per farsi ospitare e studiare le città camminandoci dentro. In un’Europa divisa dalla Cortina di ferro era una proposta davvero innovativa.

Il suo primo robusto studio, La costruzione dell'urbanistica. Germania 1870-1914, pubblicato nel 1974, ne fu una testimonianza fondamentale e divenne per gli studenti di allora un libro centrale. Attraverso la vicenda tedesca, l'urbanistica emergeva come risposta alla trasformazione della città industriale, alla questione abitativa, alla costruzione delle amministrazioni e delle politiche pubbliche, alla necessità di governare una società urbana in rapido cambiamento, Ma si capiva che l’urbanistica esisteva prima dell’urbanistica normata e definita dalle nuove Nazioni. Per noi quel libro era quasi una controlettura del libro di Benevolo sulla nascita dell’urbanistica moderna, perché significava soprattutto imparare che per capire l'urbanistica italiana bisognava guardare e camminare oltre l'Italia.

Allo IUAV Giorgio fu direttore del Dipartimento di Urbanistica e del dottorato interuniversitario in pianificazione. In questa sede costruì rapporti con molti dei giovani docenti che stavano dando forma a quella straordinaria esperienza. Particolarmente stretti furono quelli con Bruno Gabrielli e Marco Romano. Erano rapporti che oltrepassavano l'università e si intrecciavano con la discussione disciplinare e con la vita dell'Istituto Nazionale di Urbanistica.

Quando Marco Romano assunse la direzione di Urbanistica, Giorgio iniziò a collaborare alla rivista con una serie di lettere dall'estero, che divennero quasi il tratto distintivo della sua presenza nelle sue pagine.

Ripensandoci oggi, mi sembra un particolare tutt'altro che marginale. Quelle lettere raccontavano un modo di intendere il lavoro dell'urbanista: andare nei luoghi, osservare ciò che stava cambiando, confrontarsi con altre culture urbanistiche e riportare quelle esperienze dentro il dibattito italiano. In fondo, era ancora il gesto dei viaggi giovanili con Tafuri: andare a vedere, cercare di capire, raccontare agli altri ciò che si era visto.

Questa apertura internazionale avrebbe accompagnato tutta la sua attività. L'Europa, ma anche e soprattutto l'America Latina, divennero campi attraverso i quali Giorgio continuò a interrogare la città e le politiche urbane.

La stessa disposizione si ritrova nel suo impegno nella presenzaConsiglio Direttivo dell’INU, dal 1981 al 1990, e soprattutto nella costruzione della rete europea delle scuole di planning che poi dette vita all’Association of European Schools of Planning – AESOP, della quale fu tra i fondatori nel 1987  insieme a personaggi come Patsy Healey, Klaus R. Kunzmann, Andreas Faludi, Luigi Mazza ed altri. Ne fu successivamente anche Presidente (1992-1994). Anche questa non fu soltanto una carica accademica: significava contribuire concretamente alla costruzione di uno spazio europeo comune della formazione e della ricerca nel planning partendo dall’INU e dal Corso di laurea in Urbanistica.

Poi venne un altro passaggio fondamentale.

Nel 1995 Giorgio lasciò lo IUAV e si trasferì all'Università Roma Tre. Non fu semplicemente un cambiamento di sede universitaria. Dopo venticinque anni trascorsi a Venezia significava tornare nella città nella quale si era formato e nella quale erano cominciate le sue prime esperienze intellettuali e professionali.

Ma era, naturalmente, un'altra Roma e Giorgio era ormai un altro Giorgio.

A Roma Tre portò il patrimonio di ricerca, insegnamento e relazioni internazionali costruito negli anni veneziani e partecipò alla costruzione di una nuova esperienza accademica. Divenne direttore del Dipartimento di Studi Urbani e diresse il dottorato in Politiche territoriali e progetto locale. Anche in questa seconda stagione della sua vita non fu dunque soltanto professore e studioso: contribuì a costruire luoghi e istituzioni della ricerca e della formazione.

Mi sembra importante sottolinearlo perché rivela un'altra continuità della sua vicenda. A Preganziol aveva partecipato alla costruzione del primo Corso di laurea italiano specificamente dedicato all'Urbanistica; a Roma Tre, venticinque anni dopo, contribuiva alla costruzione di un ambiente universitario nel quale lo studio della città e del territorio poteva aprirsi alle politiche pubbliche, alle trasformazioni sociali, alla storia urbana e al progetto locale.

Il ritorno a Roma può essere letto allora quasi come il completamento di un lungo itinerario: Roma, Venezia, Roma.

La prima Roma era quella del giovane Piccinato che insieme a Tafuri cercava fuori dall'università, nei viaggi, nelle riviste, nel cinema e nelle avanguardie, gli strumenti per costruire la propria cultura. Venezia era stata la lunga stagione nella quale era diventato professore, aveva contribuito a costruire una scuola dell'urbanistica e aveva aperto quella scuola al confronto internazionale. La seconda Roma era quella dello studioso maturo che riportava nella città dalla quale era partito un patrimonio ormai consolidato di ricerca, insegnamento e relazioni internazionali.

Anche i suoi libri accompagnano questo percorso. Dalla Costruzione dell'urbanistica alle riflessioni sull'America Latina; dalla ricerca sui centri storici a Un mondo di città; da Fermoimmagine. Studio sulla felicità urbana fino a Il carretto dei gelati. Un'introduzione all'urbanistica. Titoli e temi molto diversi, dietro i quali si riconosce tuttavia una stessa domanda: che cosa ci racconta la città della società che la costruisce e la abita?

Trovo particolarmente significativo che, dopo un'intera vita trascorsa a studiare, praticare e soprattutto insegnare l'urbanistica, Giorgio abbia sentito ancora il bisogno, con Il carretto dei gelati, di tornare a interrogarsi sulla disciplina e sul modo di raccontarla. Non un bilancio conclusivo, ma quasi un nuovo attraversamento. Anche questo apparteneva al suo carattere intellettuale: non considerare mai l'urbanistica come un sapere definitivamente acquisito.

Nell'intervista a Carpenzano c'è infine un passaggio che oggi assume per me un significato particolare. Parlando di Tafuri, Giorgio dice che la sua scomparsa era stata "molto grave per la memoria della mia vita. Davvero". È una frase intima, che appartiene alla storia della loro amicizia e che non voglio fare mia. Ma mi aiuta a comprendere ciò che accade quando scompare qualcuno che è stato nostro maestro.

Non perdiamo soltanto uno studioso del quale abbiamo letto i libri o un professore del quale ricordiamo le lezioni. Se ne va qualcuno che custodiva una parte della memoria della nostra formazione: le domande dalle quali siamo partiti, le letture che ci hanno aperto mondi nuovi, le discussioni attraverso le quali abbiamo imparato a prendere posizione, le idee che abbiamo condiviso e anche quelle dalle quali, successivamente, abbiamo preso strade diverse.

Giorgio è stato per me prima professore, poi mentore e amico e infine collega. Eppure, ripensandoci oggi, qualcosa del professore credo sia sempre rimasto.

Se dovessi scegliere una parola per ricordarlo, sceglierei curiosità.

La curiosità del giovane che attraversava l'Europa con Tafuri alla ricerca dell'architettura moderna. La curiosità dello studioso che cercava in Germania le origini dell'urbanistica contemporanea. Quella del professore che insegnava agli studenti di Preganziol a guardare oltre i confini italiani. Quella dell'urbanista che scriveva lettere dall'estero per raccontare città e trasformazioni che stavano avvenendo altrove. Quella dello studioso che attraversava l'Atlantico e guardava all'America Latina. Quella del costruttore di una comunità europea delle scuole di planning. E infine la curiosità di chi, dopo tanti anni, continuava ancora a domandarsi che cosa fosse l'urbanistica e che cosa potesse fare per comprendere e trasformare la città.

Forse è soprattutto questo che Giorgio Piccinato mi ha e ci ha insegnato: che per capire la città bisogna continuare a guardare, viaggiare, confrontare, dubitare. E soprattutto guardare più lontano.

Ciao Giorgio. E grazie.

 

Giuseppe De Luca