05/11/2026
L’8 novembre si celebra la Giornata Mondiale dell’Urbanistica. L’opportunità è quella di una lettura dell’utilità della disciplina a livello globale. Pietro Garau, membro effettivo dell’INU, presidente dell’Associazione Biennale Spazio Pubblico, è stato coordinatore del programma di ricerca e sviluppo del Centro delle Nazioni Unite per gli Insediamenti Umani e direttore del Segretariato della seconda conferenza ONU sugli Insediamenti Umani (Habitat II).
Fa notare che “è significativo che la Giornata Mondiale dell’Urbanistica - da distinguere dal World Habitat Day: questa dell’8 novembre è la giornata della disciplina, quella è dell’habitat in generale - sia stata lanciata nel lontano 1949 non in Europa o in un'altra ‘economia sviluppata’, ma da un insigne studioso e progettista di un paese allora tecnicamente definibile come 'in via di sviluppo': l’Argentina. E’ importante porre l’enfasi su quel 'tecnicamente', in quanto l’Argentina era da tempo un paese avanzatissimo in materia di urbanistica: basta pensare al piano ottocentesco di Buenos Aires, che molti sostengono abbia fornito una forte ispirazione al famoso “Ensanche” di Ildefonso Cerdà per Barcellona, nell'ambito della griglia delle città ispanoamericane. Mi è anche gradito sottolineare che il Prof. Andrès Borthagaray, membro del Comitato scientifico della Biennale dello Spazio Pubblico e colonna portante della stessa, sarà uno dei protagonisti delle celebrazioni del ‘Dia Mundial’ in America Latina. In un mondo in accelerata urbanizzazione, l’urbanistica è più che utile: è indispensabile. Naturalmente si parla di 'buona urbanistica', in quanto la 'cattiva urbanistica' è peggio che 'inutile': è oltremodo dannosa. Basta pensare agli esempi soffocanti di gigantismo urbano accuratamente pianificati nel continente asiatico o alle crescenti estensioni incontrollate in tante città dell’Africa e dell’America Latina”.
Perciò, prosegue Garau, “le necessità di cui l’urbanistica deve farsi carico, oggi come sempre, sono l’organizzazione dello spazio in modo da difendere sia la natura che le esigenze di base di tutti i residenti presenti e futuri: abitazioni gradevoli e a prezzo accessibile, soluzioni di trasporto efficienti e sostenibili, e spazi pubblici accoglienti per tutti”. I principi e i criteri sono dappertutto gli stessi: “Difesa della natura, sostenibilità, inclusività, gradevolezza sono valori universali che vanno perseguiti ovunque. Le risposte urbanistiche sono naturalmente più urgenti nei paesi ove la crescita urbana è particolarmente rapida. Sfortunatamente, molti di questi paesi del sud del mondo sono sottoposti a grandi pressioni da parte di forti interessi immobiliari internazionali facilitati da partenariati pubblico-privato ineguali, cui non corrispondono un’adeguata contrapposizione da parte dell’opinione pubblica e della società civile né una sufficiente robustezza della disciplina sia a livello formativo che professionale. Un ruolo importante nel bilanciare questi squilibri fu svolto dalla cooperazione internazionale, che disgraziatamente è oggi ridotta all’ombra di quello che era un tempo”.
Garau sottolinea anche l’attualità di uno spazio di riflessione e persino di mobilitazione come quello della Giornata dell’Urbanistica, sebbene dal 1949 il mondo risulti naturalmente assai cambiato, e alcune delle istanze del tempo siano risultate frustrate: “Essa fu promulgata solo quattro anni dopo la nascita delle Nazioni Unite. Quel periodo era pieno di ambizioni e di giuste speranze. Nonostante la nascente contrapposizione est-ovest, l’idea di nuove guerre era impensabile, ed era radicata la convinzione che il divario tra ‘paesi sviluppati’ e ‘terzo mondo’ potesse essere colmato grazie alla cooperazione internazionale. Qualche anno dopo cominciò ad affermarsi la consapevolezza, lanciata dal mondo occidentale, della grande sfida ecologica mondiale e della necessità di difendere i ‘global commons’ e le risorse naturali in ogni paese. A questa si contrapposero (Conferenza ONU sull’Ambiente Umano, 1972) le priorità dei paesi in via di sviluppo in materia di lotta alla povertà e la necessità di affrontare, attraverso una corretta pianificazione degli ‘insediamenti umani’, i fenomeni della decolonizzazione, del forte aumento demografico e dei grandi spostamenti dalle campagne alle città nei paesi in via di sviluppo. Questa dialettica trovò una sintesi nella prima Conferenza ‘Habitat: United Nations Conference on Human Settlements’ (Vancouver, 1976). Ma le risorse messe a disposizione dalla comunità internazionale per questo gigantesco compito rimasero sempre clamorosamente inadeguate. A questo problema si aggiunse, a partire dagli anni ’80, una forte sterzata neoliberista a favore di un atteggiamento di puro ‘laissez faire’ nei confronti delle sfide urbane, territoriali e ambientali n tutto il mondo, e segnatamente nei paesi in via di sviluppo. I programmi di edilizia pubblica furono accantonati, e la pianificazione urbanistica cominciò ad essere trattata con sospetto per le sue caratteristiche vincolanti e limitative. Questa tendenza è ancora in atto. Tuttavia sono in crescita in tutto il mondo la mobilitazione civica e, soprattutto da parte dei più giovani, la consapevolezza della sfida ambientale e l’imperativo di vivere in città più eque e giuste. A queste forze si deve associare l’urbanistica se vuole avere un futuro”.
Andrea Scarchilli - Ufficio stampa Istituto Nazionale di Urbanistica