URBANISTICA AL TEMPO DEL COVID-19
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Le città Invisibili

Maurizio Tomazzoni

29/06/2020

Che città stiamo trovando oggi che possiamo tornare a fruire degli spazi pubblici dopo la fase acuta del ciclone Covid? Certamente non le stesse città di prima. Apparentemente le stesse che avevamo interiorizzato e nelle quali ci si muoveva istintivamente, in realtà oggi luoghi spesso ostili. Quegli spazi che rappresentavano il legame tra vita privata e vita sociale, non sono più uguali a sé stessi. Nelle vie o nelle piazze che erano simbolo dell'identità stessa di una comunità, non possiamo più ripetere gli stessi movimenti, gli stessi gesti, gli stessi contatti. I comportamenti sono necessariamente cambiati e lo saranno a lungo. Alcuni lo saranno probabilmente per sempre. Stiamo tornando a vivere in città che crediamo di conoscere, ed invece ci stiamo adattando ad una realtà che neppure immaginiamo. Ciascuno è convinto di conoscere la città in cui vive, ma la realtà è che nessuno sa quale essa oggi sia (e sarà) veramente. E prima che si formi una nuova “percezione collettiva” e condivisa della nuova città, ci vorrà del tempo. Sorgeranno contrasti e muteranno equilibri sociali ed economici.

Di fatto il paesaggio urbano è completamente da ridefinire ed in questo senso è da ricomprendere sia la percezione collettiva dei luoghi così come il concetto di paesaggio richiede, sia la nostra percezione personale. Italo Calvino nel suo libro “Le città invisibili” ci dice: «Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un'altra». Oggi come allora, quando Calvino descriveva le sue città, non si vede una sola fine delle Città invisibili. Allora perché: «questo libro è fatto a poliedro, e di conclusioni ne ha un po' dappertutto, scritte lungo tutti i suoi spigoli». Oggi perché ogni città aveva dei simboli che ora rischiano di non esserci più. Ed ai simboli è legata l'anima stessa di ogni città.

Chi avrebbe mai detto che un giorno il tema trattato da: “le Città Invisibili” di Calvino sarebbe stato di attualità? Eppure oggi interrogarsi attorno alle “città e la memoria” oppure le “città nascoste” saltando da una descrizione all'altra sembra essere divenuto esercizio quotidiano. Invisibile di fatto è diventata l'idea stessa di città, che per sua natura è composta sì di edifici, strade, piazze, scuole, ecc. ecc. ma non è nata per questo: la città è nata per ospitare la “polis”, la comunità. Ed ora che è indefinito il significato dei luoghi ove gli individui collaborano a costruire la comunità, è fondamentale avviare una profonda riflessione sul senso stesso dei termini che stanno all'origine del concetto di città.

Il termine greco pòlis, come  Aristotele ci indica, assieme al termine “Politica” inglobava l’insieme delle dottrine e dei saperi che hanno per oggetto la specifica dimensione dell’agire associato. Oggi questi significati appaiono stravolti, per questo è utile e necessario tornare a ricercarne il significato ed il valore primo. E' vero che la piazza, lo spazio pubblico e di riunione nato nelle città greche, l'”agorà” (ἀγορά), si è trasformato nel tempo. Il significato del termine, pur se allargato a luogo di contatto sociale, si è annacquato in particolare negli ultimi decenni sotto la spinta della demolizione dei valori della società tradizionale da parte della ideologia dell'economia del consumo. Ma è vero che la città è pur sempre una necessità dell'uomo se vuole continuare ad essere un «animale politico», ed in quanto tale «... portato per natura a unirsi ai propri simili per formare delle comunità» (Aristotele). Nella città che ci aspetta è fondamentale pensare ad una nuova agorà, od una definizione delle piazze intese come luoghi di socializzazione. Creazione originale dell’urbanistica ellenica, la piazza era al tempo stesso luogo centrale e centro religioso della città, caratterizzato dalla presenza degli edifici di destinazione politica, religiosa e civile. Luogo di riferimento identitario collettivo. L'agorà, considerata in questo senso comprende anche la "piazza, mercato", come momento di contatto sociale, pertanto centro della vita economica della città.

Assisteremo probabilmente ad una corsa per la riconquista degli spazi della città. Perché ogni vuoto viene sempre colmato, sia esso fisico o percettivo. E non necessariamente la nuova funzione che ogni spazio avrà, sarà frutto di una scelta condivisa. Per questo è necessaria una attenta pianificazione perché non c'è terreno più fertile per l'individualismo, che profittare del fatto che i legami sociali si allentino. E per evitare che la coscienza collettiva si adagi di fronte all'ineluttabile, è utile non dimenticare il monito di Italo Calvino e delle sue “Città Invisibili”:«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio»

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