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L’INU e la ricostruzione post-sismica dell’Aquila e del suo territorio

CONVEGNO NAZIONALE
DOPO L’EMERGENZA
verso il governo della Ricostruzione

L’AQUILA 26 settembre 2009 sala delle conferenze CARISPAQ, Strinella 88

 Programma del mattino ore 10.00-13.30

La posizione dell’INU
Federico Oliva - Presidente INU

Apprendere dal passato: una valutazione delle sezioni regionali dell’INU
a cura della Sezione regionale INU Abruzzo-Molise

Gli esiti del Workshop del 18 settembre
L’Armatura Urbana e Territoriale Sandro Fabbro, Presid. Commissione Infrastrutture INU
Il Centro Storico Manuela Ricci, Responsabile del gruppo di studio sui centri storici INU
La fine dell’emergenza
Bernardo De Bernardinis - Protezione Civile
Una agenda per la governance
Piero Properzi – Vice Presidente INU
Interventi programmati
Enti, Associazioni, Comitati

Programma del pomeriggio ore 15.00-18.30
Tavola rotonda coordinata da Luigi Vicinanza (Il Centro)
Intervengono:  On.GIOVANNI LOLLI, On. PIERLUIGI MANTINI,  On. LUCA RICCIUTI, Regione Abruzzo, On. GIORGIO DE MATTEIS, Regione Abruzzo, STEFANIA PEZZOPANE Presidente Provincia, MASSIMO CIALENTE Sindaco Dell’Aquila, GIANNI CHIODI, Presidente Regione

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Scarica il comunicato stampa - esiti

ascolta i lavori
http://www.radioradicale.it/scheda/287744/dopo-lemergenza-verso-il-governo-della-ricostruzione

17 Commenti

  1. Giuseppe Claudio Vitale  •  18 Aprile, 2009 @ 20:44

    Come primo intervento vorrei ricordare a tutti i colleghi URBANISTI di non ripetere gli errori commessi dalla cosiddette archistar in Sicilia. La ricostruzione in Belice è un bel museo open air ma territori urbanizzati privi di anima. Utilizziamo la ricostruzione come sperimentazione di quei processi di costruzione del piano in cui vengano insediati dei laboratori di progettazione urbanistica cooordinati dalla popolazione ed in cui il fare ed il saper fare degli urbanisti sappia cogliere l’essenza della qualità della vita che richiedono le popolazioni. Interpretare le esigenze piuttosto che ribaltare stili di vita e modelli abitativi.

  2. Roberto Ugo Nucci  •  20 Aprile, 2009 @ 16:39

    E’ singolare, ma non sorprendente, che della ricostruzione si parli come di un’opportunità di sviluppo di modelli alternativi avvalorati dalla semplice constatazione di rimediare alle carenze strutturali rilevate con il surrogato di tecnologie più avanzate.
    Se i modelli alternativi sono quelli di una sconsiderata invasione del territorio con nuovi poli di sviluppo, con il terremoto si è fatta tabula rasa di ogni principio di conservazione e di rispetto delle preesistenze storiche e del paesaggio.

  3. Roberto Gallia  •  20 Aprile, 2009 @ 19:52

    Su Repubblica di lunedì 20 aprile è riportata la notizia che all’Aquila esistono due case dello studente di recente costruzione (che non hanno subito danni), realizzate dal comune con un finanziamento regionale, non attive perché il comune non è in grado di sostenere il costo di gestione. La casa dello studente che funzionava è crollata con conseguenze nefaste.
    L’obbligo della valutazione preventiva della sostenibilità economica e procedurale della gestione di un servizio pubblico (da realizzare con la costruzione di un’opera pubblica) esiste dal 1990 (Testo unico enti locali). Questo obbligo non è stato mai rispettato, e ne portano la responsabilità le amministrazioni locali (a “pantalone paga” siamo tutti capaci !!) ma anche i tecnici, compresi i pianificatori (il territorio è impestato da strutture “polivalenti” e altro).
    Sarebbe i caso di richiamare tutti a un maggior senso di responsabilità nel prefigurare scenari sostenibili, dove corre obbligo ricordare (anche se dovrebbe essere scontato) che la sostenibilità parte dai concetti di utilità e congruità delle risposte a necessità verificate empiricamente e non immaginate dalla fantasia progettuale.

  4. Simonetta Valtieri  •  22 Aprile, 2009 @ 17:50

    E’ importante non diffondere un messaggio inesatto: case antiche = case più fragili. Sono gli interventi sbagliati a causare i danni maggiori, mettendo a rischio con gli edifici la vita di chi li abita.
    Operazioni di consolidamento, perforazioni o iniezioni di cemento, possono arrecare un beneficio immediato apparente, ma abbreviano nel tempo la vita di una costruzione che è viva e duttile e che per questo ha resistito nei secoli. In caso di sisma, i cordoli in cemento armato, rigidi e pesanti, infieriscono sulle parti in muratura e contribuiscono a distruggere il vecchio edificio. La circostanza che edifici vecchi di secoli siano sopravvissuti a sismi che con cadenza frequente hanno colpito il territorio italiano quando non era in uso il cemento armato, dovrebbe indurre a riflessione.
    Definire gli interventi in termini quantitativi, con programmi di calcolo preconfezionati, è più semplice ed esime il progettista da ogni responsabilità; operare in termini qualitativi, vuol dire riconoscere la filosofia strutturale dell’edificio antico e riparare con tecniche tradizionali. I criteri seguiti dagli antichi costruttori, nei secoli in cui l’architettura era muraria, non contengono la possibilità di una valutazione quantitativa della sicurezza, raggiungibile attraverso la qualità del progetto e della sua esecuzione. Di qui l’importanza di una maggiore cultura storica nei progettisti. E pensare che a questo scopo, oltre vent’anni fa nella Facoltà di Architettura di Reggio Calabria con il Corso di laurea in “Storia e conservazione dei beni architettonici e ambientali” è stata creata la figura professionale del “Conservatore”, poi inserito nell’albo professionale degli Architetti, ma che combatte per avere autonomia operativa nel campo del restauro conservativo degli edifici storici. Una legge del Ministero dell’Università riconosce l’esigenza di questa figura, ma un’altra, derivata dal Ministero di Giustizia (DPR 328/2001) per gli Ordini, gli impedisce di operare nel campo di sua competenza. Il patrimonio storico italiano si trova così a doppio rischio: non solo per le calamità naturali ma anche per quelle derivate dalle azioni dell’uomo.
    prof. arch. Simonetta Valtieri, Ordinario di Restauro architettonico, Direttore del Dipartimento Patrimonio Architettonico e Urbanistico - Università Mediterranea di Reggio Calabria

  5. admin  •  23 Aprile, 2009 @ 12:42

    In relazione alla lettera del prof. Oliva, che non si può non condividere nell’impostazione e nei riscontri strategici e operativi, in qualità di Direttore del Dipartimento di Progettazione Urbana e di Urbanistica dell’Ateneo Federico II di Napoli, segnalo l’attenzione e l’interesse di carattere scientifico e culturale del DPUU a sostenere gli indirizzi di un processo di ricostruzione e re-infrastrutturazione del territorio che, superando l’emergenza post-sisma, sia attento anche si nuovi valori di sostenibilità e qualità urbana e ambientale. Proponendosi di individuare i piani più opportuni di interrelazione con l’INU ed estendendo ai docenti del DPUU maggiormente interessati al problema la sollecitazione al dibattito scientifico sull’argomento, porgo i miei più cordiali saluti

    Mario Losasso

  6. Vincenzo De Mitis  •  28 Aprile, 2009 @ 10:41

    Spero innanzitutto che facciano i lavori con onestà e senza speculare in quella zona che è altamente sismica e che tale situazione non si sa quante altre volte si possa ripresentare. Quindi se è necessario, facciamoci aiutare dai giapponesi che in questo settore sono leader.

    Poi volevo dire, che sarebbe fondamentale anche proporre case ecosostenibili.

  7. Bruna De Marchi  •  28 Aprile, 2009 @ 14:54

    I sociologi che si occupano di disastri ed emergenze di massa usano l’espressione “secondo disastro” per indicare la ricostruzione.
    Ci sono oggi molte e documentate conoscenze ed esperienze a cui attingere per evitare in Abruzzo un secondo disastro.

  8. Simone Ombuen  •  30 Aprile, 2009 @ 00:27

    In un seminario sulla ricostruzione post-sismica a l’Aquila svolto a Roma il 29/4 Alessandro Bianchi ha sollecitato l’INU a una maggiore presenza mediatica e ad un rinnovato impegno civile. L’INU accetta la sfida, e questo sito web è già una prima risposta; ma coerentemente con il suo modo di lavorare porrà ogni sforzo per contribuire ad elevare il tenore scientifico del dibattito e ad allontanarlo dalla querelle politico-mediatica che lo ha sinora contraddistinto.
    In questo grave momento il Paese non ha bisogno di dividersi fra i contendenti dell’arena spettacolare, ma di ritrovare la strada per una elaborazione democratica e condivisa di una forte selezione di priorità, ed individuare lo stretto sentiero per uscire dalle molteplici crisi che lo attanagliano, sommando cause recenti ad antiche fragilità.
    Simone Ombuen, segretario nazionale INU

  9. vito cappiello  •  1 Maggio, 2009 @ 21:11

    VITO CAPPIELLO (*)

    Per una “carta del progetto di fronte alle emergenze da disastri naturali in Italia”

    Il grave terremoto avvenuto in questi giorni in Abruzzo ha provocato, oltre alla splendida gara di solidarietà, all’efficace presenza della protezione civile, all’interessamento delle più alte cariche dello stato, ecc., anche un inizio di dibattito sui problemi della “ricostruzione” in quest’area, dibattito che, a ben pensarci, sembrerebbe non riguardare solo l’ “hic et nunc” (qui ed ora), ma anche un problema di “prospettive” di più ampia portata.
    Credo che sia giusto che il dibattito attuale abbia questa doppio punto di vista. Infatti i problemi che si aprono sono, da un lato “il dover far presto” e “qui”, dall’altro l’individuazione di strategie di lungo periodo che, oltre a risolvere i problemi immediati, determinino un avanzamento della cultura e della capacità del progetto nei casi di ricostruzione o nuova costruzione di aree soggette a grandi eventi disastrosi.
    Ma, a mio modesto parere, il dibattito, è, per ora, alquanto confuso ed improvvisato, e, quindi, rischia di non fare chiarezza sui problemi da affrontare e sulle strategie disponibili in alternativa tra di loro.
    Ciò è dovuto, ancora una volta, da un lato, all’urgenza anche emotiva degli eventi, dall’altro ai molti aspetti tecnici che vengono coinvolti, dall’altro ancora ad un certo “pressappochismo” giornalistico e televisivo, che porta a far parlare tutti di tutto, senza che ognuno abbia le necessarie competenze specifiche per poterlo fare. In più, la concitazione dei palinsesti stringe a volte i discorsi più interessanti tra una “diretta” ed un’ “intervista” che non sempre aiutano a comprendere.
    Molti sono i problemi che sono coinvolti in questo dibattito, e vorrei provare ad elencarli; molte sono le spinte al “fare”, ma, per l’urgenza, poche sono le riflessioni chiare sul già fatto; non esplicitati sono alcuni passi importanti da compiere, che vorrei provare a proporre.
    I principali problemi coinvolti possono così essere individuati:
    - l’esigenza di risolvere il contingente in maniera “provvisoria”, che rischia invece di diventare una condizione “stabile” per alcuni decenni;
    - le scelte macroscopiche di realizzare alcune attrezzature indispensabili alla vita collettiva, in un momento in cui gli elementi della vita individuale sono ridotti al minimo (la casa è per alcuni mesi una tenda senza alcun servizio; per alcuni anni un prefabbricato o un container con servizi minimi)
    - l’esigenza di individuare al più presto una strategia tra “ricostruzione in sito” e nuova edificazione “fuori sito”, ovvero particolari combinazioni delle due possibilità;
    - le scelte tra il ricostruire “com’era (e dov’era)” il patrimonio monumentale (ma anche abitativo) e l’alternativa di darne una nuova versione più “attuale”;
    - la scelta tra il far permanere antiche modalità organizzative della vita domestica e collettiva, conservando determinati aspetti sociologici, “tipologici” e “morfologici” del luogo e il sovrapporne modalità più “attuali”;
    - l’esigenza di individuare modelli urbanistici di riferimento per le nuove aree di ricostruzione, e per il loro rapporto con le aree preesistenti;
    - la scelta fra modelli e tipologie costruttive, nonché fra modelli di affidamento delle realizzazioni (a società – chiavi in mano; a singoli professionisti scelti dai singoli proprietari, a pool di progettisti per comparti, ecc.), di gestione dei fondi erogati dallo stato – dalle regioni – ecc;
    - le scelte relative alla conservazione del modello produttivo locale preesistente contrapposte a idee di trasformazione secondo un nuovo modello (“più avanzato”?);
    - le modalità di erogazione dei finanziamenti stessi, in relazione a obiettivi definiti e su cui compiere una rendicontazione non solo tecnico – finanziaria, ma umana, sociale, architettonica, urbanistica, paesaggistica.

    Forse anche più di questi da me elencati sono i problemi da affrontare in tempi immediati e di medio lungo periodo, ma vorrei soffermarmi momentaneamente almeno su questi.

    Al fondo delle forti indecisioni sulle scelte da compiere è una impreparazione di fondo circa i ragionamenti da compiere per valutare le strategie.
    Esiste in Italia una grande “capacità non organizzata” di risolvere problemi anche complessi (il famoso “genio italico”), e questo di volta in volta ci salva nell’immediato, ma crea problemi a lunga scadenza. Questa caratteristica può essere testimoniata dalle scelte compiute “di volta in volta” nelle gravi situazioni in cui varie realtà regionali si sono venute a trovare.
    Ciò che paradossalmente manca, viceversa, è la capacità di organizzare secondo riflessioni e bilanci “scientifici” il già fatto, in vista di un’indispensabile necessità di dover affrontare costantemente analoghi problemi in un paese ad alta sismicità, e, in alcune aree, ad alto grado di pericolosità vulcanica.
    Sinteticamente si potrebbe dire che si è finalmente data forma organizzativa efficiente alla “protezione civile”, ma non si è mai pensato di dare forma efficiente ad un’organizzazione del grande bagaglio di esperienze maturate in almeno un secolo di disastri.
    Per la verità, questo si inserisce in una più ampia frammentazione del “sistema delle conoscenze” italiane, laddove, se è pur vero ed utile che esistano più esperienze autonome differenziate sugli stessi problemi, è anche vero che sarebbe necessario fare alcuni bilanci seri (“scientifici”, nei limiti dell’ambiguità del termine) di quanto già svolto, al fine di costituire una specie di “banca dati certificata” del rapporto fra problemi di partenza, obbiettivi individuati, strategie percorse, effetti ottenuti, bilancio dei risultati sulla rispondenza agli obiettivi posti e gradimento dei fruitori finali.

    Materiale per queste indagini ce ne è a sufficienza; mancano studi o almeno confronti organizzati.

    Il rischio è che, ancora una volta, prevalga, nell’urgenza, il “genio italico” senza seri bilanci, o anche semplice conoscenza, del “già fatto”.
    Io credo, invece, che sia ormai indispensabile “fare” partendo dalla conoscenza e dal confronto sul “già fatto”.
    E ciò, anche se nel frattempo si voglia, “fare comunque”.
    Su molte delle cose da me appuntate avrei qualcosa da dire, ma ritengo che sarebbe più utile aprire un grande confronto nazionale in una sede opportuna sui temi da me proposti, ma anche su altri che potrebbero essere individuati, partendo da un confronto minuzioso e documentato sulle esperienze del secolo trascorso e sugli esiti in merito, almeno a partire dalle esperienze in Sicilia, in Irpinia, in Basilicata, in Umbria, in Friuli, ecc., con l’obiettivo non di una sola valutazione tecnicistica delle tematiche, ma di una valutazione anche architettonico – urbanistica – sociale.
    La mia proposta è di una – due giornate di studi e confronti documentati sulle tematiche esposte, che giunga alla costituzione di una “carta del progetto di fronte alle emergenze da disastri naturali in Italia”, di una sorta di “catalogo ragionato” delle varie possibilità di fronte al dilemma ricostruzione – nuova costruzione e sue modalità di attuazione.
    La finalità: aumentare la capacità dei progettisti a rispondere a richieste del nostro territorio, che purtroppo potranno ripetersi; aumentare e migliorare la capacità di intervento dello Stato, delle Regioni, delle Provincie, dei Comuni; costruire un bagaglio tecnico “in progress” che possa sempre essere incrementato e migliorato, e che, in definitiva rafforzi in generale le capacità del progetto architettonico ed urbano.

    (*) Vito Cappiello è professore ordinario di Architettura del Paesaggio e del Territorio presso la Facoltà di Architettura di Napoli.

  10. Vito Garramone  •  2 Maggio, 2009 @ 18:43

    Faccio una proposta-domanda e non vuol essere provocazione. Si potrebbe pensare, tra i tanti modi di intendere la ricostruzione, ad una di tipo solidale e volontaristica che l’Istituto potrebbe avvallare volta a rendere la ricostruzione una operazione non “di mercato”? Nello specifico, tra le tante iniziative si potrebbe pensare di fornire un supporto tecnico ed ancillare agli enti territoriali bisognosi senza gravare sul loro bilancio, riguardo a questioni connesse tanto alla ricostruzione quanto al ripristino di funzioni di routine urbanitico-pianificatorie. Quindi non solo idee, progetti, varie expertise, novità tecnico-disciplinari, ricerche, ecc… da catapultare su quei luoghi ma assistenza e fornitura di supporto comprensiva delle stesse. In altri termini, invertendo il punto di vista. non presentare soluzioni alloctone per … ma presentarsi in sostegno di istanze autoctone. Ad esempio: un ufficio di piano avrà bisogno di svolgere date funzioni nei prossimi 3-5 anni, ebbene si potrebbe fornire un task force con specificato turnover di professionisti per tutte queste necessità. Un pò come fa l’organizzazione della protezione civile ma non solo per la fase di primo soccorso, quanto per una fase più estesa e comprensiva anche di una prima fase di “routine di governo (ordinario) del territorio”. daremmo un esempio di solidarietà, aiuto non banalmente monetario e non solo volontaristico-primario, in linea con tante azioni solidaristiche ma rivolto a tempi medio-lunghi, scongiurando sia l’inevitazbile e fisiologica speculazione sia lavorando nel contempo ad un rinnovamento del rapporto con le pubbliche amministrazioni ed in special modo con il suo personale. Non è l’INU un ente morale ed istituti di alta cultura? non siamo noi professionisti e studiosi che la compongono in grado di fornire un aiuto tanto modesto quanto “esemplare”?

  11. Roberto Di Masci  •  4 Maggio, 2009 @ 21:55

    Il timore che la logica dell’emergenza produca solo distese di casette, ammetto, mi prende. Peggio di una edilizia usa e getta è la prospettiva di un’urbanistica schematica e affazzonata, che affossi definitivamente la mia città.
    Dobbiamo pensare alla città storica con lo spirito del restauratore; dobbiamo pensare al territorio col medesimo spirito.
    Il sito Abruzzo Liberale ospita una riflessione che ho fatto attorno a questo problema. Noto che le mie preoccupazioni sono condivise, e vorrei approfittare di questo spazio per dare il mio contributo alla discussione sul futuro dell’Aquila
    http://www.abruzzoliberale.it/index.php?option=com_content&task=view&id=7214&Itemid=1

  12. Mario Spada  •  11 Maggio, 2009 @ 11:39

    Non dobbiamo dimenticare che l’emergenza entra ora nella fase più critica che dovrà dare risposte a domande che si fanno sempre più assillanti: quanto tempo nelle tende e negli alberghi? E’ giusto impegnare quasi tutto Il denaro ora disponibile sul progetto c.a.s.e.? Il decreto è un pasticcio o un imbroglio? Quali poteri reali alle autorità locali che al momento sembrano esautorate? E tante altre domande sorgono ogni giorno da chi vive sulla sua pelle l’emergenza.
    L’INU e le Università che dichiarano il loro impegno dovranno pensare con i tempi medio lunghi dell’impostazione scientifico/strategica ma non potranno esimersi dal confronto con i tempi brevissimi delle scelte che si stanno facendo sul campo sia per l’impostazione dirigista e centralizzata del governo sia per la pressione esercitata dai numerosi organismi di base che sono sorti per monitorare la ricostruzione e che vedono in prima linea giovani aquilani che stanno coordinando le singole iniziative verso obiettivi comuni, come la campagna 100%. Insomma l’INU dovrebbe essere messo in grado di dare un contributo tecnico e culturale qui ed ora collegandosi alle realtà in movimento, senza che ciò implichi una mortificazione del profilo isituzionale e culturale dell’Istituto. Per avere un quadro generale della situazione un gruppo di giovani aquilani sta costruendo una rete informativa in grado di recepire i contributi di tutti i soggetti attivi: http://stage.spaziopubblico.it/wiki/Rete-AQ.
    Mario Spada-INU Lazio

  13. Rudi Fallaci Stefano Silvagni  •  12 Maggio, 2009 @ 10:22

    Come progettisti ed urbanisti associati in una cooperativa di tecnici abbiamo avuto occasione di partecipare all’esperienza della ricostruzione dopo il terremoto del Friuli (lavorando ai progetti di riparazione/consolidamento di edifici danneggiati riparabili, anche di valore storico-testimoniale), e in seguito dopo il terremoto di Irpinia/Basilicata (Piano di recupero di Muro Lucano e altri progetti) e quello in Umbria (PRG di Gualdo Tadino).
    Purtroppo la sequenza di più esperienze sul campo nell’arco di una sola vita professionale mostra il carattere ordinario di questi eventi straordinari, e nel contempo insegna che a livello nazionale si è fatto ben poco tesoro di queste esperienze tragiche, si è imparato ben poco dalle esperienze che hanno prodotto i risultati più soddisfacenti (leggi in particolare quella del Friuli nel suo complesso ma anche alcune altre esperienze più localizzate).
    Nel 1981 scrivemmo e pubblicammo un articolo che purtroppo è ancora del tutto di attualità, per descrivere i pregi del modello di gestione della ricostruzione adottato in Fruili, e significativamente mai più adottato a seguito dei terremoti successivi. Nell’articolo si metteva fra l’altro in evidenza:
    - il fatto che la ricostruzione del Friuli, dal 1976, sia stata vissuta nel sostanziale disinteresse politico per le ricadute che poteva avere in materia di prevenzione su tutto il resto di un paese estesamente sismico, almeno fino alla brusca riaccensione del riflettori sul tema dei terremoti col sisma di Irpinia-Lucania nel 1980 (seguita da una nuova diffusa perdita di interesse alla prevenzione, dopo pochi anni da quest’ultimo);
    - il fatto che in Friuli fu messa a punto dalla Regione, in tempi strettissimi, subito dopo la prima emergenza, una “Documentazione Tecnica per la progettazione e direzione delle opere di riparazione degli edifici”, di applicazione necessariamente immediata e quindi saltando qualunque possibilità di sperimentazione e di rodaggio, che fu capace di fornire con sorprendente efficacia il primo e più ovvio degli strumenti necessari: un linguaggio comune, comprensibile e base di dialogo fra tutti gli attori in campo: progettisti, tecnici comunali e regionali, imprese;
    - che questa normativa tecnica comprendeva la documentazione e rappresentazione unificata dei rilievi e dei progetti, le modalità unificate per il computo metrico, la definizione degli obiettivi da raggiungere con gli interventi, non solo in termini di sicurezza sismica ma anche di funzionalità e adeguatezza delle unità abitative, le modalità di valutazione del rapporto costi-benefici, il diagramma lineare delle procedure, fino al capitolato di appalto e al prezziario unificato delle opere di riparazione, operazione azzardata e accolta all’inizio con diffidenza e contrasti ma rivelatasi straordinariamente efficace non solo nell’assicurare ritmi serrati alle opere e nell’evitare anomali gonfiaggi del costo della ricostruzione, ma anche nell’orientare l’adeguamento e ammodernamento di un intero settore produttivo;
    - il fatto che, al netto dei monumenti, e pur con metodologie specifiche e con un prezziario arricchito, la Documentazione tecnica abbia governato anche gli interventi di riparazione di edifici aventi “valori ambientali, storici, culturali ed etnici connessi con l’architettura locale” da recuperare con criteri di conservazione scientifica;
    - il fatto che il Fruili, per le modalità tecnico-economiche unificate e standardizzate, e quindi confrontabili fra loro, che furono utilizzate, rappresenti un campione delle problematiche in vivo del recupero edilizio, di dimensioni quantitative e qualitative senza confronti con alcuna altra esperienza, anche successiva, un campione mai adeguatamente indagato in ciò che può insegnare riguardo alla fattibilità tecnico-economica e convenienza relativa delle diverse modalità di intervento.
    Purtroppo abbiamo potuto rilevare, per esperienza diretta, quanto poco l’esperienza friulana sia stata utilizzata nella gestione post terremoto in Irpina e Basilicata ed anche da ultimo in Umbria-Marche: forse ha fatto politicamente più comodo gestire le risorse in modo più ‘elastico’?
    Nel frattempo non sono mancati i contributi teorico/pratici di sistematizzazione del tema, fra gli altri in particolare quello prodotto dall’INU su “Vulnerabilità sismica e trasformazione dello spazio urbano“. Eppure a leggere le cronache sull’Abruzzo pare di sentire porre daccapo le medesime discussioni (com’era e dov’era vs new-towns; riparazione vs sostituzione) con un livello di astrattezza disarmante.

  14. adriano di barba  •  28 Maggio, 2009 @ 15:40

    allego 2 pezzi che ho scritto per una raccolta di documenti a favore dei miei amici aquilani.
    Il primo si riferisce alle mie esperienze professionali maturate in 5 anni di lavoro nell’ambito della ricostruzione del Friuli.
    Il secondo, si riferisce a una mia recente visita nella zona rossa del centro storico dell’Aquile.
    Da entrambe, credo, è possibile ricavare preoccupanti riflessioni su quanto sta avvenendo all’Aquila, in materia di corretto approccio disciplinare, di tenuta democratica delle procedure sin qui adottate in materia di emergenza e di prime fasi della ricostruzione, di mancata azione partecipativa sia da parte della popolazione colpita, sia da parte dei tecnici locali.

    UN AQUILANO IN FRIULI

    6 maggio 1976, ore 21. Il piccolo auditorium era pieno di un pubblico attento alla conferenza; ad un tratto cominciò ad udirsi uno strano lamento, crescente d’intensità in pochi minuti, tanto da diffondersi fastidiosamente tra gli spettatori e, a un tratto, da indurre l’oratore ad interrompersi per individuarne l’origine: “Gatti…” commentò sorpreso e tranquillizzante, riprendendo la sua esposizione.
    Pochi istanti dopo la sala fu scossa da un sussulto, quasi si fosse tutti all’interno di una carrozza tramviaria, bruscamente frenata in corsa.
    In quel momento, a 60 kilometri di distanza, 45 comuni delle provincie di Udine e Pordenone venivano disastrati da un violento terremoto e altri 92 centri abitati venivano variamente danneggiati, con un coinvolgimento di circa 580mila persone e oltre 1.000 morti.

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    Il giovane neo-laureato, aveva lasciato L’Aquila da pochi anni e aveva superato da pochi giorni l’Esame di Stato per la professione di ingegnere civile.
    Un paio di giorni dopo, si presentava volontariamente al centro di coordinamento dei soccorsi per i Comuni di Majano, Buia e Osoppo.
    Casco, mascherina, guanti, iniezione antitetanica: furono i suoi primi armamentari di lavoro.
    Da quel momento iniziò la sua esperienza lavorativa, a contatto con le problematiche sorte col terremoto e con le varie fasi della ricostruzione, seguendo le diverse tappe della nascita e dello sviluppo del cosiddetto “Modello Friuli”.

    Maggio 1976. Nomina del Commissariato Straordinario di Governo e istituzione dei Centri Operativi per il coordinamento degli interventi di soccorso. Altri Centri furono istituiti dalle Comunità montane e dalla Comunità Collinare, (S. Daniele, Majano, Osoppo, Forgaria, Ragogna, Buia, ecc.)
    I tecnici, sia quelli dipendenti dalle Amministrazioni pubbliche che i privati volontari, furono impiegati subito nella direzione di operazioni di sgombero controllato di macerie, di demolizione “mirata” di edifici pericolanti (per riattivare strade e passaggi strategici), e nella gestione dei primi interventi di consolidamento e messa in sicurezza degli edifici.
    17 giugno 1976. Con la legge regionale n. 17, furono formate commissioni tecniche (le cosiddette “Terne”: ingegnere/architetto, geologo, geometra) per il rilevamento dei danni subiti dagli edifici classificati recuperabili, determinando, attraversa la compilazione di schede già codificate, la consistenza e la spesa necessaria alla riparazione dei danni.
    In pratica, puntelli, teli e martelli: venivano finanziati gli interventi urgenti e minimi indispensabili a eliminare le parti pericolanti delle costruzioni, a puntellare le parti recuperabili ed evitare ulteriori possibili danni causati da crolli di porzioni residue, dall’appesantimento delle strutture a causa delle piogge, ecc..
    21 luglio 1976. Entrava in vigore la Legge Regionale n. 33. Conteneva norme per il reperimento delle aree da destinare agli interventi edilizi urgenti.
    In particolare, attraverso l’elaborazione di varianti ai Piani Regolatori comunali vigenti, si procedette, in stretta collaborazione con le Amministrazioni comunali, alla individuazione delle aree da destinare ai nuovi insediamenti, anche provvisori, per fronteggiare le immediate esigenze abitative di oltre 61.000 persone, nonché di quelle per i servizi collettivi, per le attività terziarie di livello comunale e per gli insediamenti produttivi.
    La loro localizzazione tenne conto dell’esigenza primaria di conservare intatta la coesione delle comunità loca1i, intenzionate a rientrare dopo il temporaneo sfollamento verso i centri della costa adriatica.
    Le aree di insediamento, di limitata e, a volte, di ridottissima estensione (anche solamente per 2 o 3 alloggi per ciascun nucleo), furono scelte d’intesa con i Sindaci, tra quelle a più diretto contatto con i nuclei edificati originari; furono stipulati regolari contratti d’affitto con i proprietari.
    Luglio, agosto 1976: progettazione delle opere di urbanizzazione primaria delle aree, realizzazione dei lavori, mediante appalto a Imprese singole o riunite in Consorzio (CO.RI.F.). Posizionamento dei prefabbricati forniti dalle Ditte Volani, Bortolaso, Della Valentina, COCEL, ecc.
    La stessa legge regionale n. 33 imponeva la perimetrazione dei nuclei urbani distrutti nei quali la ricostruzione doveva essere attuata previa predisposizione di piani particolareggiati e l’individuazione, tra le altre, delle aree di discarica delle macerie.
    Settembre 1976. Terribile scossa di terremoto e nuovi crolli. Esodo massiccio della popolazione verso i centri costieri.
    Dal “fasìn di besòi” (facciamo da soli) al “dov’era e com’era”. Fortunatamente, l’inverno tra il 1976 e i 77 non fu particolarmente crudele.
    Da quel momento, e ancor più con l’entrata in vigore della Legge Regionale n. 30 (20 giugno1977) e della Legge Regionale n. 63, (23 dicembre 1977), l’azione di ri-costruire il Friuli, è stata azione corale, politica, amministrativa, sociale, tecnica.
    Partecipazione attenta e solidale dello Stato; vigorosa azione di programmazione e controllo da parte della Regione Friuli-Venezia Giulia; massiccia e instancabile opera delle Amministrazioni locali, Comuni, Comunità collinare, Comunità montane.
    Da lì, la definizione del cosiddetto “Modello Friuli”.
    Attraverso una serie di Documenti Tecnici (DT) elaborati sotto la guida e la sorveglianza della Regione, furono meticolosamente e dettagliatamente codificati i metodi di rilevamento dei danni degli edifici, la loro rappresentazione convenzionale unificata, le indicazioni progettuali degli interventi di riparazione e di adeguamento antisismico, il prezziario unificato delle opere edili e impiantistiche per la stima degli interventi, la parametratura dei contributi per la riparazione e per la ricostruzione, la articolazione delle varie forme di credito finanziario ai privati e alle imprese produttive, gli onorari professionali e le spese tecniche.
    I computers ancora non cominciavano a entrare e a diffondersi nella strumentazione usuale degli studi tecnici.

    Eccezionale scuola umana e professionale per il giovane ingegnere “ex aquilano”…dal 1976 al 1980 e oltre…

    …analisi dello stato di fatto urbanistico e sociale preesistente e immediatamente conseguente al sisma; contatto capillare con gli abitanti-utenti dei piani di ricostruzione; instancabili, continue consultazioni serali con loro e con gli amministratori locali (al termine delle loro giornate di lavoro) e traduzione in elaborati tecnici di pianificazione e progettazione, la giornata seguente in studio, per modificare, migliorare, rendere sempre più aderente il piano alle esigenze dell’utente finale.
    E alle 18, di nuovo in macchina, verso il Comune assegnato e verso una nuova riunione. A Forgaria, i primi mesi, veniva utilizzato un autobus lasciato dai soccorritori, nel quale era stato portato un tavolino su cui poter aprire le carte e una lampadina che prendeva la corrente elettrica dall’osteria.

    E poi: … sopralluoghi, rilievi, indagini geologiche e catastali, al fine di conseguire una corretta conoscenza della realtà pre-esistente e definire l’opera di ricostruzione, congruente con i principi di risanamento urbanistico e ambientale, nel rispetto delle normative antisismiche, ma anche compatibile con le regole di conservazione dell’ambiente fisico e di riproposizione del tessuto microeconomico e sociale dei luoghi.
    Specifiche normative furono applicate, adeguate, perfino “inventate”, per le zone non residenziali, destinate sia all’attività produttiva agricola, che ad altri insediamenti produttivi, ai servizi collettivi e agli ambiti territoriali suscettibili di particolari prescrizioni in materia di protezione ambientaIe, di rispetto di vincoli idrogeologici e geosismici.

    Nei piani particolareggiati di ricostruzione furono introdotte indicazioni cogenti per la razionalizzazione di confini di proprietà, per la eliminazione di servitù attive e passive tra proprietà finitime, per l’accorpamento di proprietà frazionate, per il riordino fondiario, fino alla ricomposizione, pezzo pezzo, “cassone” per “cassone”, della cartografia catastale.
    E nel frattempo, in virtù dei tempi relativamente brevi impiegati nella predisposizione degli strumenti urbanistici particolareggiati, la possibilità reale, da parte delle Amministrazioni Comunali, di rilasciare centinaia di concessioni edilizie e relativi contributi di legge per la ricostruzione di edifici nelle aree più centra1i degli insediamenti, quelle maggiormente colpite dal disastro.
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    A distanza di 33 anni, camminando oggi per le vie e tra le case e i palazzi ricostruiti di Osoppo, Gemona, S.Daniele, Venzone (ricostruiti non come vuote quinte teatrali, ma come veri nuclei urbani, vivificati da veri abitanti e cittadini nella pienezza delle loro attività economiche e sociali), resta la soddisfazione di aver contribuito, seppur in minuscola parte, a quel processo.

    Queste parole, dedicate agli amici dell’Aquila e degli sfortunati paesi circostanti, con la speranza che possano contribuire ad avviare e produrre un analogo processo virtuoso, per la rinascita dei luoghi che mi videro ragazzo.

    Adriano Di Barba

    Adriano
    L’Aquila 22 maggio

    Silenzio. Su tutto, grava una coltre opprimente di silenzio. È come guardare un film, avendo tolto l’audio. Perfino le autogru enormi dei Vigili del fuoco, ti passano accanto, apparentemente senza fare rumore. E poi, il vuoto tra quello che resta di case e strade; più vuoto di un pomeriggio di metà agosto. In giro solo Vigili a piedi e macchine di servizio.

    I muri delle case sono esplosi, come se centinaia, migliaia di bombole di gas fossero deflagrate. Enormi fragilissime lastre di vetro sono intatte; vasi di fiori sono rimasti sui davanzali; durissimi stipiti di marmo delle porte, giacciono a terra in briciole; serrande metalliche, contorte, appallottolate, come se un gigante fosse stato preso da uno scatto di ira.

    L’appuntamento è per le 12, posto di blocco di Porta Napoli.
    Sono fortunato: Maurizio deve fare un sopralluogo al palazzo della Standa.
    Il sindaco vuole riaprire un percorso protetto, dalla Villa, alla Fontana luminosa.

    Poche persone attendono il loro turno per entrare nella zona rossa.
    I Vigili che ci sono stati assegnati arrivano puntualissimi; precisione teutonica, sono torinesi: elenco dei componenti autorizzati a entrare, verifica che ciascuno abbia il suo elmetto; controllo-radio dell’appuntamento con i tecnici della Protezione civile che attendono già sul posto di destinazione.
    Si parte: uno, due, tre posti di blocco: 2 ragazze della Forestale, 2 finanzieri, 2 alpini.
    Tutti discreti, calmi, inflessibili con chiunque non sia autorizzato e accompagnato.

    Siamo al palazzo. La casa di Nora, lì accanto, è gravemente minacciata dai crolli della casa a fianco.
    Le operazioni sono dirette da un ingegnere (donna) dei Vigili del Fuoco; inflessibile e determinata.
    Si entra ad un piano per volta: per prima i Vigili (si fanno consegnare le chiavi); dopo, la terna di ingegneri della Protezione civile: milanesi, uno anziano e 2 giovani, con gli strumenti di misura e le carte.
    Poi entra il proprietario o il responsabile della attività; deve dire cosa gli occorre prelevare; il direttore del supermercato, i registri contabili; il direttore della banca, soldi e 2 faldoni di documenti; gli altri attendono fuori, lontano dai cornicioni e dietro la transenna.

    Passano solo mezzi di servizio; ogni tanto un pulmino di Vigili, carico di persone dirette alle loro case; si guardano intorno con lo sguardo smarrito. Ogni descrizione che si può aver ascoltato prima, non dà la portata della realtà.

    Lascio gli amici ingegneri al loro lavoro; esco a piedi e da solo dalla zona rossa; devo tranquillizzare gli uomini dei posti di blocco, che subito si drizzano e si parano davanti; l’elmetto che tengo in mano, mi garantisce un aspetto da addetto ai lavori.
    L’ultimo palazzo prima della Villa è quello dove abitavo.
    Lo dico all’alpino del posto di blocco che è proprio lì: “Mannaggia, si dice che lo demoliranno. Vede? Io abitavo lì, al secondo piano e al piano di sotto lavorava mio padre”
    “Mannaggia – mi risponde – lì c’era lo studio del mio dentista”

    Scendo lungo il viale, che facevo tutto di corsa per andare dai nonni; casa di Francesco, a sinistra, e poi casa di Claudio, la chiesa di CristoRe, casa di Alfonso, casa di Gaetano, casa dei nonni, casa di Alessandra, un cumulo di macerie.

    Adesso sono fuori dalla zona rossa.

    Parlo al telefono con Renato: sta trasportando l’ennesimo sacco pieno di libri, di vestiti, di vita.
    È stanchissimo e non ha un angolo dove riposarsi. Nella tenda, ci sono 50 gradi.
    Mi ringrazia e mi rincuora.

    Vado verso Collemaggio, imbocco un stradina che mi indica la basilica; so già che è un tentativo inutile e velleitario, ma vado avanti. A un tratto, dall’ombra si staccano 2 alpini; neanche un cenno, solo due passi al centro della via, mastini da guardia.

    Via Strinella e poi il Torrione e poi giù giù verso piazza d’Armi: è l’unico percorso rimasto, traffico lentissimo, ingolfato, silenzioso; ai lati, ogni sorta di guazzabuglio, attività provvisorie, macerie, ombrelloni con acqua e panini; arrivo alla spianata: tendopoli, automobili, gente; le funzioni della vita urbana si mescolano con quelle dell’emergenza.

    Scendo, verso la stazione.
    Crolli e buchi nelle le mura, come quelli di una città medievale presa a cannonate dagli assedianti, e conquistata: dentro non c’è più nessuno.

    Vado a ovest, arrivo a S.Vittorino; devo concentrarmi per riconoscere il bivio e la stradina; la casa di caccia è abitata; c’è anche una roulotte parcheggiata sul davanti e, oltre la rete, le ruspe stanno sbancando il prato per fare la bretella che unirà l’aeroporto alla Scuola della Finanza, sede del G8.
    L’operaio che mi sbarra la strada mi dice che sarà pronta il 26 giugno; lavorano anche di notte.

    Torno in città; ho appuntamento alle 3 con Gianfranco; alle 3 e un minuto squilla il telefono; anche da ragazzo, quando ci davamo un appuntamento, era di una precisione cronometrica, trentina, come sua mamma.

    Mi porta a casa, fortunatamente intatta dal terremoto e sfortunatamente allagata dall’inquilino del piano di sopra.
    Ma lui è sorridente, incrollabilmente ottimista: “mangiamo 2 biscottini e beviamo la Cocacola, sennò, che vvvoi fà!?? Tocca nutrirsi, mica te pòi abbatte’!”

    Dal suo balcone si vedono le gru che stanno smontando, pietra dopo pietra, le cupole i campanili e i palazzi: il castello, s.Bernardino, il Duomo, S.Sivestro.

    Mi riaccompagna alla macchina; mi dona il DVD di TV1 (gli dico che ve lo distribuirò), gli lascio i nostri 99 pensieri.

    Tra poco tornerà anche lui al mare.

  15. Roberto Di Masci  •  1 Ottobre, 2009 @ 16:47

    È disponibile l’audio integrale del convegno organizzato a L’Aquila dall’INU: “Dopo l’emergenza, verso il governo della ricostruzione”, sul sito di RadioRadicale.

    http://www.radioradicale.it/scheda/287744/dopo-lemergenza-verso-il-governo-della-ricostruzione

  16. Atelier Bulle/Aquilino  •  5 Ottobre, 2009 @ 09:47

    Buongiorno, siamo studenti di Pariggi, abiamo assistato alla convenza e vorremo si è possibilé consultare il documento progettato durante il pomeriggio (cartografia delle intervenzione). Grazie mille, l’Atelier.

  17. andrea sperandio  •  5 Ottobre, 2009 @ 15:55

    salve siamo 5 studenti della facoltà di architettura di bologna e ci stiamo laureando con tesi sulla ricostruzione dell’Aquila. volevamo chiedervi se era possibile avere (o dove poter reperire) cartografie attuali dell’Aquila o possibili studi urbani post sisma.
    grazie,

    alessandro,andrea,francesco,mattia,valentina

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