Programma della Presidenza

Presentato da Silvia Viviani, Presidente INU
Approvato dal CDN 24 maggio – 4/5 luglio 2014

MANIFESTO DELLE POLITICHE URBANE

Obiettivi:

1. mappa per raccontare le città e i territori
2. il linguaggio universale
3. semplificare e condividere le regole
4. recuperare il patrimonio INU

Ne discutiamo:

1. seminari interni
2. laboratori di innovazione
3. ricerche e sperimentazione
4. inchieste e campagne
5. eventi
6. formazione

Durante il percorso:

1. produrre conoscenza
2. raccogliere le istanze
3. tutelare i paesaggi

Lo raccontiamo:

1. nelle riviste
2. nel sito
3. nel calendario del pianeta INU
4. nella app

Programma-Inu-2014_15_300Il programma INU è un percorso guidato dall’aderenza generale ai temi rilevanti del momento storico (al cui dibattito dobbiamo partecipare), con tappe caratteristiche, secondo il taglio dato dall’Istituto, al quale contribuiscono in maniera specifica ogni nostro settore operativo e ogni evento INU.

 Valorizzare il patrimonio INU – Promuovere il progetto

Ci sono questioni prevalenti sulle quali c’è molta competizione sul dire la propria e mettere la bandierina. Molto spesso si deve constatare che il dibattito attuale non tiene conto del fatto che INU ha cominciato a posizionare termini della questione già da tempo: rigenerazione urbana, consumo di suolo, città metropolitana, agenda urbana (ma anche riforma e provvedimenti di nuova generazione).

Ogni componente dei temi generali viene solitamente articolata in argomenti puntuali, che vanno dall’efficienza energetica delle città e degli edifici alla difesa del suolo, dall’inclusione sociale all’integrazione fra economie urbane e economie agricole, dalla smart city alla fiscalità urbana.  

Per noi, queste sono componenti di riflessioni non settoriali e non possono essere contenuti di atti separati, ma elementi costitutivi di un approccio unitario, fatto di politiche ordinarie integrate, che vedono nel governo del territorio e nell’urbanistica gli assi della buona amministrazione, quella tendente a migliorare le condizioni urbane e sociali della popolazione. 

Dobbiamo essere i primi a rilanciare la pianificazione, una progettualità in grado di affrontare i cambiamenti. Nessuno può negare la lentezza e la fatica del piano, anzi dei piani, troppi, ancora gerarchicamente allineati, invischiati in procedure farraginose, riempiti di contenuti anche non propri, appesantiti da compiti e aspettative che non li riguardano, incapaci di gestire la multidirezionalità, la velocità, la complessità, l’incertezza.

Ogni questione ha bisogno di soluzioni specifiche. Per esse ci sono appositi attrezzi. Questa è tecnica.
Tutte le diverse questioni fanno capo a un’idea. Questa è cultura (anche politica).
Se tenute tutte insieme secondo logica (come fa la pianificazione, con uno sguardo unitario che può gestire l’incertezza e la complessità), letture, interpretazioni e indicazioni possono configurare un Progetto per il Paese, un’idea per la quale occorrono tecniche esperte e strumenti rinnovati, non solo di tipo urbanistico, ovviamente.
A noi interessano gli aspetti urbanistici, certo, sapientemente inquadrati nel contesto sfaccettato della contemporaneità nella quale viviamo, di cui diamo racconti e rappresentazioni, individuando nessi e relazioni.
In definitiva, dobbiamo proporre un punto di vista che può qualificare INU senza farlo essere uno dei tanti soggetti che promuovono iniziative generali e generaliste sulla rigenerazione urbana.

Ciò riguarda anche un obiettivo specifico per l’INU, che è quello di essere un riferimento più esperto degli altri attori, che può, pertanto, svolgere una riflessione compiuta, affrontando le questioni generali con tanti e diversi strumenti, con tanti e diversi punti di vista, ma sapendone trovare una chiave di sintesi.

In sostanza, dobbiamo avere una tesi e dimostrarla con i vari contributi del mondo INU messi a sistema (organi e attività: consiglio direttivo nazionale e consigli direttivi regionali, sezioni, commissioni, gruppi, urbanpromo, formazione, rassegne nazionali e regionali, congressi, seminari di avanzamento disciplinare interni e in partnership, convegni di promozione, attività editoriali, forme di comunicazione, di informazione e di interazione).

Manifesto delle politiche urbane

La nostra tesi, a ridurla in termini molto semplici, è che senza un progetto di città non si può andare oltre una serie di interventi settoriali (siano essi housing sociale, opere pubbliche, piani ordinari rimodulati, programmi straordinari, leggi e regolamenti, progetti tecnologici).
L’INU può predisporre un “manifesto delle politiche urbane”, da costruire con momenti di approfondimenti di diversa natura, ospitati negli eventi che scandiscono il programma di attività nazionali e regionali.

Un quadro generale

Nel quadro che segue, ogni componente del Consiglio direttivo nazionale potrà incardinare il proprio contributo originale, proporre articolazioni, approfondimenti e iniziative. Lo intendo anche come una call da lanciare alle commissioni e ai gruppi, perché propongano uno o due progetti specifici, mirati, con esiti pubblicabili e monitorabili, a tempo. Ciò permetterà di selezionare commissioni e gruppi attivi e impegnati, responsabili del proprio lavoro, evitando di ridisegnare in via astratta e nominalistica l’assetto dell’Istituto. Sono ripartita dai lavori congressuali di Salerno, per non disperderli, ma non li ripercorro. Essi sono impliciti nel quadro variegato di temi che elenco:
- le politiche urbane nazionali, quell’Agenda urbana di cui si parla molto ma che pare perduta nei programmi di Governo, ove siano garantite le risorse, i tempi, gli attori del necessario piano pubblico per le città italiane e il suo efficace incardinamento nelle politiche europee;
- la declinazione della rigenerazione urbana generalizzata, che comprende la produzione di ricchezza pubblica e privata, le strategie dell’adattamento climatico, le politiche di inclusione sociale, le azioni di messa in sicurezza dei territori e l’innovazione della produttività d’impresa, gli interventi dell’infrastrutturazione fisica e quelle della rete immateriale a sostegno dello sviluppo, del lavoro e della creatività urbana;
- il disegno di riassetto istituzionale, affinchè non si chiuda nel dibattito su confini amministrativi e non si perda nel rinvio di competenze, ma si configuri quale valorizzazione delle potenzialità delle forme urbane; un disegno nel quale città metropolitane e aree interne non siano le une il negativo delle altre, ma una rete, un sistema integrato e interconnesso di cui deve essere colta la componente dinamica;
- la proposta di una pianificazione capace di interpretare il futuro, che coglie gli elementi di compensazione e le relazioni nella filiera di governo (Europa, Stato, regioni, Città Metropolitane, Municipi);
- l’individuazione di ambiti con maggior propensione allo sviluppo, a partire dal livello di infrastrutturazione e dall’attitudine delle comunità all’utilizzo consapevole delle stesse;
- le indicazioni per l’efficienza della filiera pubblica, delle relazioni inter istituzionali, dei rapporti che si instaurano tra le diverse autorità che agiscono sul territorio, a partire da responsabilità e trasparenza e in contrasto alla prassi burocratica difensiva;
- il riaggancio fra progetto di modernizzazione tecnologica e progetto dei luoghi, che è anche la via per una nuova efficienza della pubblica amministrazione;
- la promozione di pratiche partecipative che portino alla rimodulazione del sistema di welfare locale, anche tramite proposte di servizi leggeri di quartiere e assunzione di compiti da parte della cittadinanza, così da indurre una riduzione per la Pubblica Amministrazione del peso economico del sistema welfare. Ciò comporta la comprensione dei rapporti di comunità, non solo come arene, non solo da risolversi in termini di negoziazione dei conflitti, ma come procedure operative standardizzate che definiscono valori, norme, interessi, identità, insiemi di regole che definiscono azioni appropriate in termini di rapporti tra ruoli e situazioni, pratiche adattive e processi di apprendimento collettivo;
- il sostegno alla lungimiranza nell’azione pubblica e alla rimodulazione dell’impegno pubblico, che la stagione dei sindaci ha troppo spesso costretto nella risposta contingente, affinché le misure necessarie abbiano consistenza di lunga durata (dalla semplificazione normativa ai programmi di sviluppo).

1. un’idea comune

L’INU può formulare una visione al futuro, da proporre per tratteggiare ambienti urbani, territori e paesaggi che, in tutto il Paese, garantiscano la risposta alle aspettative delle popolazioni insediate, relative a servizi, sicurezza e qualità estetica, salvaguardia dei territori e dell’ambiente, tenuta e riproduzione dei paesaggi, civismo urbano e inclusione sociale, decoro degli spazi di vita e del lavoro.
I cambiamenti riguardano contrazione del welfare e composizione delle popolazioni insediate; nuovi paradigmi di benessere e coesione sociale; inclusione e multietnicità; molteplicità delle forme urbane.
Possiamo spingere verso la capacità di gestire progetti che matureranno in condizioni diverse dal presente, che dobbiamo rendere valutabili e comparabili, in quanto riferiti a uno scenario partecipato e sostenibile e in quanto concorrenti alle politiche pubbliche, determinabili e integrabili in relazione a quel piano.
Possiamo indicare la strada per aggredire costi e benefici, questioni riferite agli incrementi di valore dei suoli urbani e alla corresponsione delle quote necessarie alla rigenerazione della città esistente, componenti di una nuova economia urbana.

Mi pare indispensabile uscire dalle secche della discussione a matrice esclusivamente legislativa e procedurale. Vi è stato un periodo lungo, che copre il ventennio a cavallo tra Novecento e Duemila, nel quale, a partire dal modello che abbiamo proposto al Congresso di Bologna all’inizio degli anni Novanta, il contributo dell’Istituto si è specializzato nella definizione dell’impalcato legislativo che avrebbe dovuto sostenere l’innovazione. Ora, a me pare che il modello sia stato malamente declinato e malamente applicato. Si è assistito troppo spesso alla reintroduzione nel Piano strutturale di ingredienti del tradizionale Prgc, il che segnala la difficoltà di gestire l’incertezza, continua a spostare l’attenzione dal processo al prodotto.
L’inefficienza della collaborazione inter-istituzionale ha aumentato il ricorso difensivo alla procedura, alla verifica della legittimità, moltiplicato riunioni, conferenze e passaggi di controllo, allungato i tempi oltre un ragionevole limite, senza con ciò produrre rintracciabilità e certezze che sono indispensabili sia nel pubblico che nel privato agire sul territorio.
La dispersione regionalista e la proliferazione di piani e di leggi, generali e di settore, orfane di un quadro certo dei diritti e dei doveri, non hanno aiutato per l’integrazione e il coordinamento delle politiche, necessarie per il governo della conservazione e della trasformazione del territorio.

L’insieme delle condizioni di contesto politico, sociale, economico si riflette nell’Istituto, così come è emerso dai lavori congressuali di Salerno.
Lo studio dei contributi congressuali pervenuti da sezioni, commissioni e gruppi, spacchettati e riorganizzati secondo trame interpretative che assumono la necessità di un’idea comune, conduce a un bilancio critico e nel contempo conferma la necessità del progetto urbanistico e delle azioni di governo delle trasformazioni territoriali, non separabili da un’idea di società.
E’ un esercizio faticoso, da condurre in condizioni avverse, che, inoltre, può essere ulteriormente ostacolato da una propensione dell’urbanistica – e dell’urbanista- a caricarsi di mali non propri e a riempirsi di contenuti mutuati da altre discipline.
Un esercizio, tuttavia, necessario e affascinante, nel quale possiamo utilizzare gli sguardi attenti ed esperti che connotano la nostra formazione, le nostre ricerche e le nostre esperienze di conoscitori e progettisti di città, per interpretare i fenomeni e le forme urbane, tracciare soluzioni, definire strumenti e regole, individuare azioni e pratiche, riaprire spazi, materiali e immateriali.
Questioni come partecipazione e rappresentanza, visione al futuro e governo, politiche integrate, efficacia deliberativa, coesione sociale, città pubblica, solidarietà e intelligenza attraversano le riflessioni nei diversi contesti. I temi del federalismo e della centralizzazione, degli assetti, dei compiti e delle responsabilità, le parole chiave come identità, partecipazione, confine, responsabilità ricorrono nei contributi con i quali il “mondo INU” ripensa alla propria agenda.
E’ un mondo variegato, che riflette le diversità di contesto e di approccio, lo stato delle politiche e delle istanze culturali, le condizioni strutturali e i portati storici.
Spesso i termini ricorrono, il linguaggio, che pare unitario, si rivela una successione di echi.
Appare necessaria la ricomposizione intorno a un progetto comune, per affrontare i temi delle riforme in corso di elaborazione.
E’ questo che occorre prima di tutto all’interno dell’Istituto.

 

Seminario interno con invitati 5 luglio 2014

2. verso la città di domani

Al di là delle molte aggettivazioni della città del futuro (learning city, smart city, green city), i temi rilevanti del dibattito contemporaneo sulle condizioni urbane sono la cura nell’uso delle risorse, da salvaguardare e da mobilitare, un’etica dei beni comuni, una rigenerata efficienza a base degli stili di vita, la creazione delle condizioni di convivenza in spazi diversamente percepiti e vissuti, una concreta risposta alle tensioni verso felicità e sicurezza.
La centralità che assegniamo alla città e che ci porta a occuparci di rigenerazione urbana e contrasto al consumo di suolo non è separabile dal perseguimento degli obiettivi del riequilibrio insediativo, dell’equità sociale e dell’incremento delle prestazioni ambientali della vita urbana.
Ciò comporta operare in un continuo adattamento alle condizioni date, con un’idea del futuro prospettabile, dove densità e spazi aperti, scenari urbani e rurali si distinguono e si sostengono.
E’ un approccio che intende liberare le energie urbane, a partire dalla cittadinanza, per reagire alle condizioni negative, da quelle climatiche a quelle economiche, promuovendo comportamenti di reciproco rispetto fra cittadini diversi e fra questi e gli spazi urbani. E’ un progetto da gestire con impegno costante, tramite pratiche manutentive e creatività sull’intera città, con priorità per i suoi spazi pubblici, occupandosi delle diverse sue parti, non come aree confinate, ma in quanto componenti dotate di senso e di rango, opponendosi a una visione banalizzata su cubature e destinazioni d’uso, riportando l’attenzione al “come”, ai continui mutamenti delle pratiche sociali e alle loro influenze sulla città fisica.
Al centro vi è un’idea di città come ecosistema e come infrastruttura funzionale e territoriale.
E’ una risorsa preziosa, suolo urbanizzato in diverse condizioni di stato e valore, produttore ed erogatore di servizi, a sostegno della società e dell’economia.
L’approccio non può essere vincolato dai e nei limiti amministrativi.
La città esistente, sulla quale tutti concordano si debba prioritariamente intervenire, è una risorsa preziosa, non meno del suolo non edificato.
Le aree urbane di recente costruzione a impianto unitario possono rendersi suscettibili di programmi di sostituzione, che incidano sull’assetto complessivo a partire dalla dotazione di standard, troppo spesso mal progettati, solo quantificati, residuali dal punto di vista della forma e della funzionalità. Abbandonare la definizione di periferie o di quartieri dormitorio e chiamare queste parti di città per nome può intanto indurre la progettazione a occuparsi più propriamente di ricostituzione di luoghi dotati di senso e di abitabilità, di urbanità e sostegno reciproco fra popolazione insediata e insediabile.
Analogamente, per le varie forme della città diffusa, occorre abbandonare l’idea della città chiusa o richiudibile e anche l’artificiosità della creazione di nuove centralità secondo un disegno precostituito. La priorità è per il sistema dei flussi, degli attraversamenti, degli spazi aperti, delle relazioni fra continuità e discontinuità.
Per le parti della città nate come sommatoria di pratiche edilizie, la carenza di città pubblica richiede un intervento pubblico tanto di micro-scala quanto di ri-efficientamento complessivo. Non basteranno le entrate derivanti dagli interventi edilizi o dalla regolamentazione urbanistica diffusa sull’edificato consolidato, che si stanno delineando in forma di monetizzazione delle dotazioni non realizzabili (per scarsità di spazio fisico, per necessità di cassa dell’ente locale, per la buona riuscita dei conti economici da parte degli investitori). Una nuova fiscalità, come diciamo da tempo, va riferita all’incremento di valore diffuso del suolo urbano che consegue agli interventi infrastrutturali.
Quanto, invece, alla costruzione di nuova città derivante dal recupero delle aree dismesse, dei complessi abbandonati, degli insediamenti produttivi interclusi fra parti di città, non si può non ripensare al sistema degli standard, nei quali occorre inserire bonifiche, demolizioni, risanamenti, opere di messa in sicurezza. E, nel contempo, non si può pensare di predeterminarne la necessaria mixitè, contributo alla vitalità urbana, secondo percentuali che derivano da una tensione verso la trasformazione ordinata e progressiva della città, della quale non vi è alcuna certezza. Di nuovo, più che per perimetri e soluzioni confinati, occorre procedere per progetti e processi.

Il consumo di suolo a fini edificatori, senza utilità collettiva (che non può essere meramente la creazione della città pubblica affidata a operazioni private in mancanza di risorse pubbliche) è stato generato dall’incremento dei valori dei suoli indotto dalla pianificazione, i cui oneri sono serviti per il sostentamento della macchina pubblica e i servizi ai cittadini. Esso ha risposto in minima parte a un bisogno abitativo multiforme e variabile (anche nel tempo, per condizioni temporanee e trasversalità dei disagi sociali).
La sua accelerazione, che ha coinciso con la frenesia edilizia degli anni Duemila, ha indotto una pratica immobiliarista che ha allocato le risorse finanziarie (tutte, da quelle bancarie a quelle familiari) in un settore edilizio progressivamente sganciato dalle reali condizioni urbane.
Mutare l’oggetto della programmazione territoriale (la città esistente invece del suolo non edificato) non è sufficiente a garantire la virtuosità e l’efficacia dei cambiamenti proposti.
Il cambio di destinazione d’uso delle aree edificate, degli edifici e dei complessi dismessi potrebbe sostituire nelle pratiche di pianificazione l’attribuzione di indici edificatori a suoli agricoli, senza con ciò contribuire al miglioramento delle condizioni di vita sociale, alla promozione di nuove economie urbane, alla qualità estetica della città, alla manutenzione e all’incremento deli spazi pubblici.
In mancanza di progetto politico, di autorevolezza istituzionale, di preparazione professionale, di capacità d’impresa e di volontà di investimento (economico e sociale) sulla città, di una specifica fiscalità applicata all’incremento di valore del suolo edificato e alla penalizzazione d’uso dei suoli liberi, la negoziazione si riproporrebbe anche nel progetto della città esistente.
Pertanto, la probabilità di successo nel cambio di paradigma auspicato è affidata all’assunzione di responsabilità, alla collaborazione fra istituzioni preposte al governo del territorio, ai metodi partecipativi, alla valutazione ambientale, che svela coerenze e verifica alternative, all’utilizzo di sistemi informativi e tecnologie avanzate per l’accessibilità ai servizi e la mobilità, la comprensione, la tracciabilità dei dati e il monitoraggio, a pratiche concorsuali e concorrenziali.

non affinare un modello, ma cambiare strumenti per gestire processi

non si tratta di affinare gli strumenti del modello
ma di definire le tesi INU sull’urbanistica contemporanea utile alle città del futuro

La rigenerazione urbana non è una politica di settore sulla quale si devono piegare gli strumenti del modello. E’ un paradigma generale che va a beneficio della città del futuro (sia essa un quartiere ecosostenibile, una città metropolitana, una rete di aree interne) e che comprende gli interventi altrimenti settoriali (resilienza, contenimento del consumo di suolo, efficientamento energetico, smart city, sicurezza urbana e territoriale, recupero delle aree dismesse, servizi alla popolazione, etc.).
Insomma è urbanistica e deve essere lungimirante (non basta attivare interventi che non consumano suolo, bisogna sapere dove vogliamo andare).

Il problema di come intervenire sulla città contemporanea, una realtà multiforme non standardizzabile, va affrontato con pragmatismo e slancio culturale.
Si può passare da un approccio lineare, troppo spesso solo incrementale e mai di riordino (si pensi alla proliferazione di leggi e di piani, che dà luogo a una sommatoria e non a un sistema di strumenti), a un’intelligenza multidirezionale, caratteristica dell’epoca nella quale viviamo, che permetta di gestire l’incertezza. In sostanza, dobbiamo predisporre un’analisi efficace del cambiamento delle condizioni urbane per indicare scenari prospettabili convincenti, recuperare una lentezza della risposta progettuale, restituire al progetto urbanistico un rango di utilità, contribuire alla semplificazione e alla flessibilità senza rinunciare alla complessità.

Adeguamento degli strumenti al riassetto istituzionale


Stato, Regione, Città metropolitane, Unioni dei Comuni, Municipi, possono interagire per mettere a punto i propri documenti dei valori e delle strategie nei quali si riconosce una società
, stabili, validi su tempi lunghi, in grado di garantire le proprietà ambientali e territoriali inalterate o inalterabili, rigenerabili, producibili.

Servono provvedimenti legislativi che pongano le basi per la comunanza di linguaggi e significati, l’interdisciplinarietà, la costruzione delle banche dati certificate, accessibili e aggiornabili, la definizione dei criteri prestazionali e dei parametri di valutazione delle situazioni che verranno, che matureranno in contesti e con caratteri ancora non sicuri: i “paletti non negoziabili” sono riconosciuti (ecco lo scopo delle conoscenze condivise, non ripetute ogni volta ripartendo da zero) indipendentemente dagli interessi e dalle utilità degli individui.
Si tratta di assumere come prerequisiti quelli che continuiamo a definire obiettivi: sostenibilità delle forme di sviluppo, efficienza ambientale della città esistente, incremento della capacità di reagire ai cambiamenti climatici, contenimento del consumo dei suoli.
Assunti tali orizzonti come criteri di progetto e non come finalità generali, il piano riacquista il ruolo di un racconto consapevole e condivisibile delle città nelle quali viviamo
, che permette di rappresentare i rapporti tra le popolazioni e gli ambienti fisici (a prevalente connotazione naturalistica o storicamente consolidati in forme insediative urbane), preoccupandosi davvero degli effetti delle scelte di conservazione e trasformazione sull’ambiente, il territorio, la salute umana, l’economia, la società. Le prestazioni ambientali (parametri valutabili e non finalità generaliste) permettono di unire programmazione territoriale e urbana a programmazione di spesa (un patto sociale per le priorità d’intervento e di costo per la collettività). Le risorse diventano beni comuni al di fuori della retorica, sono valutabili, il loro uso è monitorabile.
Quanto alle strategie territoriali, esse tratteggiano la tensione verso i livelli di benessere e di sicurezza che un gruppo dirigente elabora, in quanto demandato a governare una comunità, sui quali crea il consenso e che realizza con le proprie scelte e decisioni, in un rapporto dialettico con tutti soggetti pubblici e privati che operano sul territorio.

Pianificazione territoriale e strategica e urbanistica operativa

La separazione tra componenti strutturali e componenti operative nel processo di pianificazione non può essere riproposta a ogni livello di governo.
In attuazione delle politiche europee, occorrono politiche nazionali, mentre il piano della Città Metropolitana deve distinguersi da ogni tipologia fin qui adottata per l’area vasta.
Pertanto, non è possibile proporre per la Città Metropolitana un mero trascinamento, pur aggiornato e arricchito, della pianificazione provinciale.
Il piano della Città Metropolitana, territoriale e strategico può superare le criticità che hanno reso inefficace la pianificazione provinciale se saranno riconoscibili il progetto politico, le scelte di governo, la produzione di politiche pubbliche e se potrà rivolgersi a una propria cittadinanza. Dovrà abbandonare un ruolo di mediazione, di controllo e di coordinamento fra livelli, connotandosi per azioni riferite a politiche non separate: sviluppo sostenibile per migliorare le forme della convivenza sociale nelle diverse forme urbane, politiche di modernizzazione infrastrutturale e di rete (materiale e immateriale), politiche abitative, politiche per l’impresa e i servizi, politiche di difesa dei suoli e di protezione dei paesaggi.

A livello comunale si deve riconoscere un piano pubblico chiaro, che può attivare una filiera di progetti.
Va abbandonato il ricorso a piani operativi che ripropongono il piano regolatore generale applicato all’intero territorio comunale, progressivamente realizzato attraverso piani attuativi, ai quali si demanda il momento fondamentale del disegno urbano.
L’urbanistica operativa, che concretizza la rigenerazione urbana, è composta da un quadro operativo che tratta della infrastrutturazione degli spazi della collettività (reti materiali e immateriali, spazi pubblici, servizi, etc.), che chiami le capacità d’impresa pubblica e privata e promuova le qualità professionali, secondo pratiche di valutazione, trasparenza, responsabilità: una filiera di progetti pubblici e privati, che non a niente a che vedere con il ricorso alla tradizionale pianificazione attuativa, e si configura come sequenza di coerenti contratti per la città, dotata anche delle risorse finanziarie, non può essere esaustiva, deve acquistare una più incisiva valenza progettuale, fattibilità, capacità di promuovere concorrenza per la qualità degli interventi. Governare la fase in cui il diritto ad edificare si lega all’area significa garantire i livelli di qualità auspicati.
Qui va affrontata la delicata questione del rapporto fra soggetto pubblico e soggetto privato, materia assi spesso oggetto di procedure che riguardano la legittimità degli atti o dei comportamenti.
Si deve arrivare a riconoscere e regolare, nella sua legittimità in quanto attinente alla discrezionalità amministrativa esercitata tramite il piano, la pratica trasparente della partecipazione del privato alla formazione delle scelte, secondo una ferma regia pubblica. S’intende il ruolo del soggetto privato (l’investitore, il developer più che il proprietario di aree o immobili) quale sviluppatore del piano, non più confinato nella predisposizione degli strumenti attuativi di sua competenza o nel concorso alla realizzazione di opere pubbliche.
Stanno qui anche le questioni della formazione, dell’aggiornamento, delle capacità professionali e dell’investimento nel progetto, troppo spesso considerato un costo, sempre più ridotto sia dal soggetto pubblico che da quello privato, il che segnala, nel nostro Paese, l’arretratezza dello sguardo sulla classe dirigente tecnica e sul sapere esperto.

Esiste, poi, un’urbanistica operativa diffusa, che può essere il sistema linfatico della rigenerazione generalizzata, fatta di regole edilizie e urbanistiche attente alle morfologie urbane e alle tipologie edilizie, alle relazioni spaziali, alle percezioni dei luoghi. E’ un’urbanistica che si riappropria dei propri, caratteristici, attrezzi del mestiere, è disegno urbano di dettaglio, che permette di riqualificare e ricucire vuoti e spazi mal utilizzati, alla scala che consente di apprezzare materialità e dimensioni, di verificare forme e percezioni, di rinnovare funzionalità. E’ un lavoro nel quale architettura e urbanistica sono contemporaneamente convolte e unite da nessi logici, percettivi, fisici e culturali. E’ un processo nel quale si ritorna a dare centralità a urbanistica e architettura, troppo spesso soffocate dall’inquadramento nell’iter tecnico amministrativo, dalle gabbie delle competenze e da quelle delle definizioni (peraltro tutte diverse, nei provvedimenti statali, regionali, comunali), che appiattiscono piani e progetti in fascicoli, pratiche, concertazioni.

3. proposte e progetti

Propongo uno sguardo diverso ai temi della contemporaneità e un ruolo per l’Istituto Nazionale di Urbanistica, che liberi le energie presenti al suo interno e lo renda autorevole sostegno a efficaci politiche di rinnovo sociale e territoriale del Paese. A tal fine, promuovo tre linee di azione:

  • raccontare le città e i territori,
  • ridefinire un linguaggio universale,
  • semplificare e condividere le regole.

Mappe dei territori sui quali val la pena investire

L’INU può raccontare come sono i territori e perché le risorse allocate sui diversi territori danno esiti diversi. La conoscenza che ne deriva può essere un supporto utile al riassetto istituzionale, alle politiche di governo nazionale, regionale e comunale, alla definizione di strumenti di intervento, all’allocazione delle risorse pubbliche e private, all’agenda urbana concorrente al corretto utilizzo dei fondi europei.
Possiamo descrivere l’ambiente spaziale per tratteggiare una mappa del futuro prospettabile, un valore complessivo, anche economico, che utilizzi il capitale sociale, non consumandolo ma riproducendolo. Così, possiamo anche contribuire al rafforzamento della dimensione pubblica dell’interesse e dell’impegno, che chiami la politica a riassumere la centralità dell’agenda urbana, fuori da ogni retorica. Parlo di lungimiranza della politica e del governo locale, troppo spesso, invece, legato alla contingenza, pronto a rispondere a necessità puntuali e caduto nella trappola dell’affermazione personale. Il contrario di ciò che rende duraturo un programma sul quale ricostruire la fiducia fra cittadino e istituzione.

Predisposizione di una raccolta dei lessici urbanistico-edilizi e proposta di glossari e regolamenti unici

INU lancia il ritorno a un linguaggio universale per l’urbanistica e l’architettura, che dia luogo a un prontuario di regole valide sull’intero territorio nazionale, così che vi sia certezza di termini e significati, in una cassetta degli attrezzi non negoziabile e mitigando il ricorso alle mediazioni interpretative, ma soprattutto che permetta di ridare centralità al progetto. Si sposteranno così le energie disponibili dagli appiattimenti burocratici a formazione professionale, ricerca disciplinare, avanzamento culturale, rappresentazione delle città e dei territori, qualità dei piani.

INU come centro di coordinamento delle Federazioni degli Architetti e dei Comuni per mettere a sistema il programma di semplificazione

In questo quadro, dobbiamo anche produrre conoscenza e indicazioni per un programma di semplificazione legislativa, che aiuti la coerenza delle politiche e dei piani, che non prescinde dalla conoscenza dello stato della pianificazione e dalla consapevolezza delle ricadute della buona urbanistica sulla qualità della vita nelle nostre città.

INU raccoglie le istanze di partecipazione e promuove laboratori civici, economici e sociali

Possiamo proporre forme corrette di partecipazione e percorsi formativi per i progetti che intendono modificare le condizioni urbane, sia sotto l’aspetto dell’attrattività che sotto quello della qualità della vita, mobilitando le conoscenze, le capacità creative, sviluppando ambienti di apprendimento e di lavoro, luoghi di sperimentazione culturale interdisciplinare, reti di centri di eccellenza che riuniscano università, pubblica amministrazione, politica, professionalità, imprese, cittadini.

INU indica uno sguardo diverso per la tutela e la creazione di paesaggi

Si possono creare i paesaggi per il domani: quelli che avremo saputo conservare, quelli che saremo stati in grado di rigenerare e quelli che avremo avuto il coraggio e la maestria di creare.
Potranno avverarsi se sapremo mantenere il paesaggio quale componente della pianificazione, non materia di piano settoriale.
Il paesaggio come risorsa, anche per la crescita del benessere sociale delle comunità locali, da preservare per le generazioni future, può essere una decisione presuntuosa (riteniamo buona la nostra vita, ed esportabile) ma ragionevole: essa può indirizzare senza ambiguità i nostri comportamenti verso i beni territoriali, improntati al rispetto e alla comprensione dei valori assegnati.
La rigenerazione urbana e la modernizzazione infrastrutturale del territorio sono progetti dei “paesaggi di domani”, nei quali, ad esempio, le prestazioni energetiche e l’equipaggiamento ecologico non siano corredo ma linfa, componenti dello sguardo di un’urbanistica volta al futuro.

Il programma.pdf

 

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