Raccontare l’Inu dagli anni Trenta

Raccontare l’Inu dagli anni Trenta
di Laura Besati

Quando il 25 gennaio del 1930 l’Assemblea Generale del Comitato Organizzatore del Congresso Internazionale dell’Abitazione e dei Piani Regolatori[1] propone di destinare l’avanzo di gestione di 230.125,30 lire[2] «alla costituzione di un Istituto Nazionale di Urbanistica»[3] forse non sono chiare ai proponenti le implicazioni disciplinari che l’uso della parola «urbanistica« porta con sé, ma è tuttavia già presente la coscienza del portato etico di quella disciplina, delle implicazioni sociali cui tanta rilevanza sarà data nello sviluppo successivo di studio e di attività dell’Istituto.

Alberto Calza Bini infatti delinea il costituendo Istituto come «un centro di studi su materie che hanno tanto bisogno di essere attentamente esaminate allo scopo di evitare errori che gravemente si ripercuotono sulla vita delle popolazioni e sul benessere economico e morale»[4].

In fondo l’“uomo della fondazione” sembra essere proprio Calza Bini, o forse più precisamente il gruppo (tutto “romano”)[5] formato da lui e da Gustavo Giovannoni e Virgilio Testa. Va rilevato che dei ventotto Soci Fondatori (tutti enti)[6] ben sei sono rappresentati da Calza Bini nella prima riunione[7], fatto di qualche rilevanza in relazione al determinante ruolo politico che questa figura riveste; e non sembra forse un caso che sarà sostituito, dopo la guerra; proprio da un altro politico, Leone Cattani.

Ma era d’altronde evidente nel 1930 anche la necessità di riconoscimento della disciplina, ed è a questo scopo che si rivelano particolarmente finalizzati gli impegni di Gustavo Giovannoni e VirgilioTesta: il primo è un tramite per la diffusione della disciplina negli ambienti universitari, e la promozione di corsi su materie specifiche dell’urbanistica è infatti uno dei primi impegni dell’lnu[8]; al secondo, considerato il fondatore del diritto urbanistico in Italia, era affidato il difficile compito della ricerca dei mezzi legislativi di affermazione della disciplina[9].

Pur avendo avuto una fondazione tutta “romana”, gli elementi più dinamici sembrano provenire dall’ambiente torinese, dove il 5 novembre viene fondata la Sezione Piemontese, che 14 mesi più tardi, nel gennaio 1932, pubblica un bollettino di 35 pagine con illustrazioni, diretto da Pietro Betta: è il primo numero di Urbanistica[10]. I primi due articoli di apertura, di Armando Melis de Villa[11] e di Pietro Betta[12] vogliono presentare l’Istituto nazionale di urbanistica e la Rivista; è sintomatico, però, che Melis faccia cenno all’idea di Ardy di fondazione di un centro di «alti studi municipali» e non a quella di Calza Bini. E Betta propone una funzione della Rivista per lo più tesa verso una «educazione del cittadino»[13]; idea che si ritrova tutta nella posizione sostenuta da Albertini nel dibattito di Giunta direttiva sulla funzione dei Corsi urbanistici che l’lnu vuole promuovere[14].

I primi anni di vita dell’Istituto sono gli anni in cui in Italia si definisce la figura professionale dell’urbanista e l’intento principale cui risponde la fondazione stessa dell’lnu è la necessità dell’imposizione dell’urbanistica nel panorama culturale, come disciplina con un proprio autonomo statuto scientifico: «L’lnu (…) vuole dimostrare come l’urbanistica non sia argomento da affrontarsi senza specifica preparazione, ma abbia invece il carattere di una vera scienza positiva»[15].

L’attività dell’lnu segue due modi di operare (tra loro integrati): da un lato i più autorevoli membri prestano la collaborazione ai massimi organi di governo per la definizione della legge urbanistica che diffonda e renda obbligatoria la compilazione di piani regolatori; dall’altro, l’impegno capillare è volto a curare l’inserimento di professionisti adeguati all’interno degli uffici comunali, che prestino consulenza per tutti i problemi, di progettazione ma anche di gestione.

La costruzione disciplinare cui l’lnu si accinge necessita la diffusione della convinzione che: a. l’urbanistica sia necessaria nell’intero territorio nazionale, cioè non soltanto in alcune particolari città o per specifici problemi (di settore); b. l’urbanistica abbia un fondamento scientifico («il carattere di una vera scienza positiva») e, come tale: da un lato spetti a soggetti tecnicamente e professionalmente preparati (la «classe di tecnici»); dall’altro, sia sistematizzabile entro principi enunciabili anche a partire dalle generalizzazioni delle particolari risoluzioni di casi concreti.

Queste due convinzioni ne implicano una terza sulla cui base si svolgerà il dibattito interno all’Istituto nei primi anni di vita: la funzione dell’Inu nell’opera di promozione culturale della disciplina, tra creazione di una base di consenso alla diffusione dei piani regolatori e formazione professionale dei tecnici per l’affermazione della «nuova scienza urbanistica».

Le attività dell’Inu che maggiormente sembrano muoversi lungo questi due percorsi sono appunto le prime cui l’Istituto si dedica: l’istituzione di corsi[16], che saranno poi a livello nazionale e universitario, ma che sono proposti in un primo momento anche in forma più diffusa, a livello regionale; la diffusione capillare dell’attività dell’Inu, con la creazione di “sezioni” o “Centri urbanistici”.

Entrambe sono questioni poste fin dalle prime riunioni di Giunta Direttiva e sembrano coinvolgere la complessiva concezione del ruolo e della funzione dell’Istituto, se nel 1932 aproposito della formazione di altri centri oltre a quelli di Torino, Genova, Venezia si nota che «Fino ad oggi non si sono potuti raggiungere risultati conclusivi in quanto non è ancora penetrata in tutti gli ambienti la convinzione che il nostro Istituto e gli organi da esso dipendenti debbano rivolgere prevalentemente la loro attività ad una funzione di studio, che prescinde dalla tutela di interessi personali e di categoria»[17].

Se è subito possibile ravvisare una aristocratica convinzione di fondo sulla superiorità “neutrale” della cultura, tuttavia non esiste un accordo preciso sui destinatari di questa opera di diffusione[18] culturale.

Mentre infatti la posizione del Sindacato Nazionale Ingegneri di ritenere «che l’Istituto possa, per il tramite dei sindacati, svolgere un’azione quanto mai utile per diffondere nella classe dei tecnici la conoscenza dei canoni della nuova scienza urbanistica»[19] ben si accorda con l’idea di Giovannoni che «se dovranno essere accolte le richieste degli urbanisti perché sia esteso anche alle città minori l’obbligo di provvedere alla formazione di piani regolatori è necessario che si formino nella classe dei tecnici elementi adatti a condurre gli studi all’uopo necessari e si diffonda nel pubblico la conoscenza delle norme che debbono regolare lo sviluppo e la sistemazione dei centri urbani. [...e che] a suo avviso i corsi dovrebbero avere carattere prevalentemente pratico»[20].

E questa ultima affermazione chiarisce e delinea inoltre la fisionomia del destinatario di questi corsi: non certo il “pubblico”, quanto piuttosto proprio la «classe dei tecnici». Tuttavia non si esaurisce in questa unanimità la posizione dell’Istituto se Cesare Albertini[21] (rappresentante dell’Istituto per le Case Popolari e del comune di Milano) «tiene a ricordare che l’iniziativa della formazione dei centri di studi urbanistici era stata assunta dall’Istituto allo scopo soprattutto di diffondere nel pubblico la conoscenza dei problemi di piano regolatore in modo che anche i non tecnici possono conseguire in questa importante materia una sufficiente preparazione per essere in grado di apprezzare l’utilità o la necessità di determinati provvedimenti adottati dalle amministrazioni comunali»[22].

Anche se la Giunta approva all’unanimità la proposta di Del Bufalo di istituzione di «corsi pratici dei Sindacati delle più importanti città d’Italia», tuttavia l’iniziativa che avrà realizzazione pratica sarà piuttosto quella a livello centrale con l’istituzione della Scuola di Perfezionamento di Roma: sarà deliberata dalla Giunta il 31 luglio 1933 l’istituzione del corso, con la partecipazione, oltre che dell’Inu (che contribuisce finanziariamente con un contributo di 5.000 lire), della Scuola di Ingegneria di Roma e della Scuola Superiore di Architettura di Roma. E la scelta di quest’ultima come sede sembra l’avallo dell’ipotesi di Calza Bini secondo il quale «avendo il movimento urbanistico avuto inizio in seno alla classe degli architetti dovrebbe essere riconosciuta la priorità alla Scuola di Architettura e porre in questa la sede dei corsi senza che ciò debba dar luogo ad una questione sindacale poiché la questione sindacale esula completamente dal campo urbanistico»[23] riaffermando così una sorta di «neutralità» come carattere proprio dell’urbanistica.

È comunque evidente l’implicazione, nell’idea di destinazione dei corsi, del destino futuro di una legge urbanistica che estenda l’obbligatorietà dei piani regolatori: alla quale l’Inu, con i suoi quattro rappresentanti nella Commissione Ministeriale di Studio per la preparazione del progetto di Legge Urbanistica (Calza Bini, De Bufalo, Giovannoni e Testa, nominato relatore della Commissione), fornisce il suo contributo nell’obiettivo di un «miglioramento delle condizioni di vita degli aggregati urbani e il perfezionamento di questi dal punto di vista igienico ed estetico»[24].

L’Istituto si concentra su tre direzioni principali da dare all’opera di diffusione dei criteri della disciplina, affiancando ai corsi, da una parte, l’edizione della rivista Urbanistica, finalizzata principalmente alla diffusione delle realizzazioni (in Italia e all’estero), creando con ciò dei “modelli” alimentati dalla pubblicazione di «piante e fotografie capaci di dare agli studiosi di urbanistica le idee precise»[25]; all’altra parte si organizza l’istituzione di un «Ufficio di Consulenza Urbanistica» diretto principalmente ai tecnici, come supporto per la soluzione di problemi specifici.

Tra la formazione universitaria e la consulenza ai tecnici viene evidentemente abbandonata ogni ipotesi di «diffusione di nozioni urbanistiche anche nel popolo al fine di preparare l’opinione pubblica alla soluzione di problemi che hanno grande importanza dal punto di vista delle civiche amministrazioni e favorire l’adozione di norme legislative sì da facilitare la formazione e l’approvazione di piani regolatori»[26]; I’istituto non ritiene fondamentale la creazione di una base di consenso al diffondersi della disciplina, nella fiduciosa speranza che sarà sufficiente, per diffondere la pratica dei piani regolatori, l’adozione della legge urbanistica[27].

Ma l’intenzione di controllare a livello centrale le attività dell’Istituto, porta nel luglio 1933 alla soppressione delle Sezioni[28], nel timore «che qualcuna di queste persone solo per il fatto di appartenere ad un centro di studi urbanistici, nutra col tempo la presunzione di possedere una competenza tecnica, la quale può essere acquistata solo dopo maturi studi e con un’esperienza approfondita nella soluzione di problemi relativi all’assetto e allo sviluppo dei centri abitati»[29] e rivela un’ambiguità di fondo dell’Inu riguardo il problema della diffusione della disciplina.

È evidente che non è certo una «volgarizzazione» che interessa l’Istituto, quanto piuttosto il riconoscimento della necessità di una nuova scienza; le sezioni vengono impegnate nel lavoro, controllato a livello centrale, di raccolta del materiale per la predisposizione dell’Annuario statistico delle città italiane, mentre tutta l’attività dell’Istituto assume coerenza nella direzione di una diffusione dei principali argomenti tecnici di applicazione della disciplina urbanistica.

Così mentre si tornerà ad una organizzazione periferica[30] con il compito di una maggiore diffusione dell’attività dell’Istituto e con l’inserimento di suoi rappresentanti in commissioni e organismi a livello locale, l’attività centrale dell’Inu sarà da ora in poi segnata il modo determinante dalla consulenza per la formazione della legge urbanistica e le tensioni per la volgarizzazione della disciplina saranno definitivamente soppiantate da quelle per il riconoscimento giuridico dell’Istituto.

 

1. Quante storie per l’Inu

 

1.1. Un’autobiografia implicita: una storia di sconfitte?

Una storia completa l’Inu non l’ha mai ricostruita, pur tuttavia esistono dei membri che più di altri hanno parlato della passata vicenda dell’Istituto; essi lo hanno fatto a partire da alcuni periodi determinati, in certe specifiche occasioni ed infine scegliendo nel complesso dell’esperienza dell’Istituto alcuni particolari episodi legati da un filo conduttore. L’interesse di questo lavoro riguarda allora non soltanto i contenuti di queste “storie”, ma anche la possibilità di assegnare un senso ai tempi e ai luoghi in cui queste ricostruzioni sono tentate e alle persone cui è affidato, anche se non in forma ufficiale, questo compito.

Le occasioni in cui più spesso vengono presentate ricostruzioni delle vicende Inu sono comunque i Congressi e Convegni, poiché le Assemblee dei Soci sono sempre tenute in concomitanza con questi, ma mi sembra che si possa attribuire una minore importanza ai resoconti nelle Assemblee, in quanto non dimostrano un esplicito interesse dell’lnu per la propria memoria storica, essendo piuttosto un compito di routine. Tra le relazioni ai Congressi emerge quella presentata nel1968 aNapoli. Questa è la prima occasione in cui sono presenti un maggior numero di contenuti “storici” e comunque di autoriflessione: in precendenza solo nel 1948 si trovano tentativi così organici. Nel 1969 e fino al Congresso del1975 aL’Aquila la questione diventa centrale e la riflessione sul proprio ruolo è per l’lnu ormai chiaramente esplicitata.

Il 1968 è anche l’occasione in cui più evidente sembra il contrasto tra le diverse posizioni interne all’lnu: chi, come Zevi, ancora sostiene come giusto il ruolo dell’Istituto, chi, come Astengo, sembra avanzare un’autocritica pur ritenendosi sempre nel giusto, chi tenta invece di ripensare il ruolo dell’Istituto alla luce di una revisione critica, da Samonà a Quaroni[31]. Eppure, nella diversità delle linee proposte, un intento principale sembra segnare questo periodo critico dell’lnu, quello di una ricomposizione storica del proprio operato: e se levi si concentra sui recenti anni Sessanta, Astengo recupera l’intero passato dell’Istituto (ma sempre a partire dal 1948) cercando una collocazione “a sinistra” attraverso l’escamotage della «storia di battaglie»[32]. Si cerca una legittimazione della propria vicenda ascrivendosi un ruolo combattivo, di avanguardia; male che vada si potrà al massimo essere accusati di aver combattuto dei mulini a vento: ma Don Chisciotte non è certo mai stato condannato da nessuno.

È proprio a partire dal 1968 che rintracciamo i soli documenti ufficiali dell’lnu di ricostruzione storica, anche se sommaria: la peculiarità di questi documenti, il riferimento cioè quasi costante alla legislazione urbanistica per descrivere l’attività dell’Istituto, è un connotato caratteristico della tradizione di auto rappresentazione della cultura urbanistica italiana.

Almeno per quanto riguarda l’lnu, si può qui rintracciare il segno di un’operazione non distante da quella già compiuta nei primi accenni di ricostruzioni “storiche” del periodo precedente: in tutti questi testi, la preoccupazione è una dimostrazione di coerenza, nell’attività dell’lnu, coerenza che giustifichi il suo attuale ruolo. E sembra ipotizzabile che la correlazione tra il richiamato riferimento costante alla legislazione[33] il fatto che negli anni Settanta l’attività dell’lnu si sia collegata ai movimenti di riforma della legislazione, da quella urbanistica a quella per la casa, non sia una caso isolato, ma rappresenti invece uno dei segni emergenti che consentono forse di dare un senso ai risultati della lettura di questi documenti.

I testi di cui mi sono servita sono diversi tra loro. Essi non sono stati scelti perché costruiti come “storie”, ma in quanto contenenti giudizi, idee, intendimenti sulla fisionomia dell’lnu. Quella che ne risulta è quindi piuttosto una autobiografia, anche se in un certo senso “involontaria” implicita. I documenti utilizzati possono suddividersi in due gruppi, che corrispondono alla suddivisione operata nella trattazione: a) documenti di natura “interna”, predisposti come relazioni da presentarsi alle Assemblee dei Soci, o comunque in riunioni di organi direttivi dell’Istituto; b) documenti di natura “pubblica”, redatti con un esplicito intento di presentazione dell’Inu (come alcune relazioni introduttive ai Congressi), ma comunque tutti ampiamente pubblicizzati: sono tutti interventi o relazioni a Congressi e Convegni nazionali Inu (utilizzati interamente o solo in parte)[34].

Le assemblee ordinarie dei soci hanno sempre coinciso con le occasioni pubbliche dell’Istituto, i suoi congressi e convegni nazionali. Tuttavia non è in queste manifestazioni che al Presidente è demandato il compito di trarre un bilancio dell’attività dell’Istituto, quanto appunto nella sede “ristretta” dell’Assemblea, tenuta, a norma di Statuto, ad approvare «la relazione morale» dell’anno passato[35].

La raccolta completa di queste relazioni, corrispondente al primo gruppo di testi esaminati, costituisce una fonte di rilevante importanza in un lavoro di ricostruzione dell’auto rappresentazione dell’Inu[36].

Pur essendo sempre in presenza di scritti piuttosto brevi (mai più di dieci cartelle), alcuni documenti risalgono fino alla fondazione dell’Inu[37] o descrivono l’intero periodo della “gestione provvisoria” a partire dal 1943/44[38]; le relazioni datate invece a partire dal 1949, ripercorrono le tappe della vita dell’Istituto soltanto fino all’anno precedente: questa differenza nell’arco temporale preso in esame rispecchia anche una differente “forma” espositiva. Nei documenti del periodo 1943/48 alcune esigenze di “orientamento” rispetto alla fisionomia dell’Istituto hanno reso necessario ripercorrere tutte le tappe della passata esperienze, con l’intento, che mi sembra evidente, di comprensione del ruolo da proporre per l’Inu nella prosecuzione dell’attività: i resoconti dell’attività, in questo periodo, assumono la fisionomia di “storie”, ma “giudate”, ricostruite, cioè, con fini specifici. Ho, infatti, escluso da questi documenti alcuni che possono assimilarsi alle relazioni sull’attività

redatte dal 1949 inpoi, e che da queste differiscono solo perché riassumono tutto il periodo della gestione “provvisoria” a partire dal 1944, ed ho concentrato l’attenzione sui rimanenti tre: la Relazione sui compiti e le attività dell’lnu di A. Calza Bini del 1943; il Pro-memoria per l’On. Avv. Leone Cattani di G. Borrelli de Andreis del 1948; la Relazione morale e finanziaria del consiglio direttivo all’Assemblea dei Soci del 19 giugno 1948[39].

La relazione del 1948 haun suo interesse specifico per il fatto di essere l’unico caso di autocostruzione della storia dell’Inu che contenga riferimenti alla partecipazione all’Esposizione di Parigi del 1947, indicata come «occasione per intervenire alla prima importante manifestazione internazionale svoltasi dopo la guerra, onde poterlo [oggetto è «l’Istituto»] valorizzare anche fuori del nostro Paese». Delle rimanenti due relazioni mi sembra importante notare che entrambe nascono da occasioni di riconoscimento ufficiale dell’Istituto: la relazione Calza Binidel 1943 è infatti collegabile alla procedura di erezione in Ente Morale, ratificata nel 1943, mentre il successivo scritto del 1948[40] può connettersi alle pratiche per il riconoscimento dell’Istituto da parte delle Istituzioni dell’Italia Repubblicana.

Al contrario le relazioni alle assemblee, dal 1949 al 1968, risultano piuttosto delle “cronache”, ma consentono di ricostruire un periodo di tempo di circa venti anni. Vediamone i contenuti.

I resoconti prendono in genere le mosse da alcuni risultati o significati del congresso e/o del convegno precedenti, per relazionare sull’attività svolta dagli organi dell’Istituto in merito all’organizzazione interna, alla promozione della collaborazione con Enti ed Istituzioni, al collegamento con le Sezioni Regionali e al potenziamento della loro attività, ai rapporti con il panorama disciplinare estero, all’attività culturale e di consulenza (pubblicazioni, commissioni, ecc.).

Il 1948[41] è segnato da tutte queste attività, per l’intenzione di riprendere i contatti dopo le incertezze della gestione provvisoria, e particolarmente dalla questione della riorganizzazione interna (Statuto e Regolamento): «Abbiamo cercato di fare in modo che il nostro Istituto non fossemai assente. E dobbiamo riconoscere che il nostro intervento è sempre stato accolto e riconosciuto.

Ma l’opera principalmente svolta in questo primo anno dal Consiglio da voi eletto, è stata opera organizzativa, e si può comprendere in tre argomenti base: approvazione dello Statuto, organizzazione periferica, Rivista: opera organizzativa necessaria per procedere ai nuovi compiti e che doveva essere precedentemente ad essi impostata e esaurientemente condotta».

Negli anni Cinquanta si evidenziano particolarmente tutte le questioni inerenti ai rapporti tra l’Inu e il Ministero dei lavori Pubblici ed altri enti (Ina-Casa, Cassa del Mezzogiorno, ecc.), mentre i temi di lavoro sono particolarmente segnati dai Congressi e Convegni, per la cui preparazione, tra il 1955 e il 1957, si mette a punto la prassi delle Commissioni nazionali di studio; anche il 1960 è assimilabile a queste caratteristiche; mi sembra inoltre utile segnalare che i riferimenti alla «Situazione del Paese» in questo periodo tengono particolarmente presenti gli aspetti disciplinari specifici, evitando richiami di tipo più generale alla situazione politica[42].

Con il 1962 si rileva un’interessante novità nell’esposizione esplicita del fine della trattazione del tema del Congresso di Milano «Programmi di sviluppo economico e pianificazione urbanistica»:

Il IX Congresso Nazionale di Urbanistica, che organizzammo nello scorso autunno a Milano, prospettò alla classe dirigente e al paese il tema del rapporto organico tra una politica di piano e l’attività urbanistica. Come voi ricorderete, il pericolo che dovevamo sventare consisteva nell’equivoco di considerare l’attività urbanistica come un capitolo settoriale della programmazione economica. Occorreva convincere la Commissione Nazionaleper la Programmazione Economicae l’opinione pubblica che l’urbanistica costituiva una fondamentale componente metodologica della programmazione e che gli aspetti territoriali offrivano la migliore verifica di un’organica politica di piano. (…) l’urbanistica ha guadagnato terreno nelle coscienze dei programmatori e, in concreto, nei documenti che saranno oggetto delle trattative di governo. Basti porre a confronto la prima e la seconda stesura del rapporto del prof. Saraceno, vicepresidente della C.N.P.E. [Commissione Nazionale per la Programmazione Economica; nota mia] per constatare come la presenza dell’Urbanistica nella programmazione non solo abbia aumentato il suo peso ma abbia anche esteso il suo raggio d’azione, informando i capitoli sull’abitazione e in genere sulle dislocazioni nei piani di sviluppo. Possiamo annunciare che nella terza edizione del rapporto Saraceno, che non è stata resa pubblica, l’urbanistica occupa il posto che le compete nella programmazione[43].

 

Ed è in questa occasione che troviamo la prima espressione chiara della volontà dell’Inu di partecipare alla vita «politica» italiana: le riflessioni culturali e su questioni di metodo avviate e condotte negli anni Cinquanta non bastano più e il Codice dell’Urbanistica appare come l’anello di congiunzione tra queste due “fasi” della fisionomia dell’Istituto:

Dopo la campagna elettorale e gli inqualificabili attacchi rivolti contro i Ministro Sullo in merito alla sua proposta legislativa, il Consiglio Direttivo dell’Inu, in data 13 maggio 1963, approvava all’unanimità un ordine del giorno in cui, dopo aver rivolto “al Ministro Sullo il saluto grato e l’espressione della piena solidarietà degli urbanisti italiani”, si addita “al nuovo Parlamento l’urgenza di affrontare il problema, e ai partiti politici l’esigenza di porre la nuova legge urbanistica tra le condizioni per la partecipazione e il sostegno del governo”.

Programmazione economica e legge urbanistica restano i cardini dell’azione dell’Inu, gli obiettivi per i quali gli urbanisti si battono nei loro congressi e convegni, nelle loro pubblicazioni, dai banchi del Parlamento e dalle cattedre universitarie, nei partiti politici e nelle associazioni culturali. Durante lo scorso anno, si è registrato qualche progresso, ma forse il momento cruciale si presenterà a breve, brevissima scadenza, e dobbiamo prepararci a mobilitare le nostre forze in tutta l’Italia al fine di evitare che la programmazione economica sia sopraffatta da una politica congiunturale di scarsa efficacia, e che la legge urbanistica sia adulterata e svirilizzata[44].

 

Ed ecco infatti comparire, nella relazione del 1964 aFirenze, riferimenti a «manifestazioni di pressione» dell’Inu, alla promozione di «riunioni di massa che hanno servito a dimostrare come la cultura urbanistica sappia trovare i suoi collegamenti con le forze popolari»[45]; e mentre i riferimenti alla «vita nazionale» diventano più espliciti e definiscono «deludenti» gli accordi di governo in materia urbanistica, nella relazione annuale del Presidente all’Assemblea dei Soci trova per la prima volta posto la espressione perentoria della linea dell’Istituto, compiuta attraverso la citazione integrale dell’ordine del giorno votato dal Consiglio direttivo nazionale del 30 aprile 1964[46], ma anche una serrata critica all’operato del governo; comportamento non certo scontato per un Istituto di Cultura[47].

Per la prima volta l’Inu prende posizione su accordi di governo, “scopre” gli «organismi sindacali» e la «volontà popolare»; la «lotta» ha sostituito gli impegni culturali, che ancora sei anni prima Olivetti indicava come «l’impegno fondamentale e l’elemento caratterizzatore del nostro Istituto»[48].

Questo repentino cambiamento non poteva non provocare un certo imbarazzo, che se da una parte stimola l’avvio di «un dibattito sui compiti dell’Istituto nell’attuale contingenza, un dibattito aperto, libero da pregiudizi e da falsi ottimismi, che dobbiamo continuare in sede di assemblea questa sera e più tardi sia al centro che presso le sezioni regionali. Si tratta di individuare con sempre maggiore precisione i campi d’intervento dell’Inu a tutti i livelli: politico, culturale e professionale»[49]; dall’altro è causa del «rifugiarsi» nelle tematiche «formali» espresse nel Convegno successivo, quello di Trieste del 1965: «Il tema del X Convegno, che si svolge in questi giorni, riguarda la città e il territorio negli aspetti funzionali e figurativi della pianificazione continua. È un tema di carattere prevalentemente culturale anche se, come avviene sempre in urbanistica,le sue implicazioni politico-economiche sono evidenti. Questo tema è stato indicato dall’assemblea dell’anno scorso, poiché si sentiva il bisogno di concentrare le nostre ricerche su problemi non immediatamente legati alla contingenza politica»[50].

In questa linea si pone anche il Congresso del 1966, ispirato dalla volontà di scegliere «un argomento più ricco di implicazioni», ma che sposti la «pressione politica» esercitata dall’Inu verso gli organi di governo a livello locale: «Come si vede, questo non è un Congresso a decisa accentuazione politica, come furono quelli attinenti alla legislazione urbanistica, e nemmeno un convegno a decisa accentuazione culturale. Affrontiamo la realtà italiana nei suoi essenziali organismi amministrativi, nella pratica e nel costume, ma allo stesso tempo il nostro metodo di aggredire la realtà resta quello caratterizzante di un istituto di alta cultura»[51]. E così si torna, per affrontare «un periodo cruciale per le sorti dell’urbanistica italiana», a fare appello a «tutte le forze a disposizione della cultura urbanistica», scegliendo di concentrare l’attività di preparazione del Convegno successivo di Ancona sulla preparazione di una «Carta dell’Urbanistica», definita come «Consuntivo delle esperienze attuate nell’ultimo trentennio» ed esplicitamente ispirata alla Carta di Atene del 1933[52]. Ambizione che porta, l’anno successivo, ad ammettere lo stato di difficoltà: «Una “Carta” del tipo di quella di Atene oggi non è proponibile, in quanto in questi trent’anni i problemi dell’urbanistica sono divenuti assai più numerosi e indefinitamente più complessi. L’illusione di poter salvare il mondo con poche, chiare, schematiche indicazioni razionali è caduta. Nuovi parametri, nuove componenti nuove ipotesi informano la ricerca che assume un carattere sempre aperto e dinamico»[53].

Ma l’impegno politico “diretto” è ormai entrato tra gli obiettivi del’Inu, tanto cheil presidenteRipamonti nella sua relazione del 1967 ad Ancona esorta esplicitamente i membri dell’Istituto ad impegnarsi nella collaborazione alla redazione dei programmi elettorali: «L’Inu è a disposizione di tutti i partiti; lo scopo della sua azione politico- culturale è quello di creare la più vasta convergenza possibile su un organico programma di riforma urbanistica.

Siamo un Istituto di intellettuali e di professionisti di ogni tendenza, ma siamo anche convinti che, in urbanistica, c’è un lunghissimo tratto di strada che possiamo e dobbiamo percorrere insieme. Ognuno agisca secondo le proprie convinzioni e il proprio temperamento, ma l’importante è che ognuno agisca, al fine che il nuovo Parlamento affronti al più presto la riforma urbanistica da noi auspicata, sia pure in versioni leggermente diverse, da oltre quindici anni»[54].

Il fine di promozione disciplinare e del suo pieno riconoscimento è del tutto esplicito se più oltre si aggiunge che «Molti passi in avanti sono stati fatti in questi anni, specie per merito dell’Inu: l’urbanistica oggi è profondamente sentita non solo dalle èlites culturali ma anche dalle masse. Tuttavia una campagna elettorale costituisce un’ottima occasione per compiere un ulteriore e forse definitivo progresso»[55].

L’ultima relazione a disposizione è quella per l’Assemblea di Napoli del 1968, la prima forse di un periodo “cruciale” nella vita dell’Istituto; ciò che interessa qui rilevare è la forma sostanzialmente diversa di questa relazione. Pur nelle specificità di contenuti sopra enunciate, tutte le relazioni precedenti contengono una sorta di “elenco” delle attività svolte dall’Istituto in varie direzioni, con un cenno specifico alle varie sezioni; alcune delle relazioni di Ripamonti (dal 1961) riportano, inoltre, riferimenti anche all’attività futura. Al contrario, questo scritto del 1968 concentra il resoconto in due periodi estremamente sintetici[56], mentre l’elemento caratterizzante è la proposizione problematica delle direttive per l’attività futura e del ruolo dell’Istituto: ciò che importa mettere subito sul tappeto, ciò su cui occorre impostare la discussione è il futuro, le possibilità di aprire un cuneo attivo nella marrana dell’attuale situazione. Che cosa possiamo fare? Che cosa dobbiamo fare? Ecco il vero tema di questa Assemblea. E non suoni come un’indicazione allarmistica: i dibattiti che, in seno alla Giunta e al Consiglio Direttivo Nazionale, si sono tenuti per decidere sulle sorti stesse di questo XII Congresso, attestano come la drammaticità del momento sia sentita dai membri e soci dell’Inu»[57]; in un’analisi estremamente critica della situazione da affrontare, che già da ora è condotta a partire da due diverse posizioni: «La prima nasce dalla totale, e in larghissima misura, giustificata sfiducia nell’ordinamento amministrativo attuale e nelle possibilità di un suo recupero. Non c’è niente da fare, il paese va in rovina, manca la classe dirigente, la forza degli interessi privati e settoriali scavalca e travolge qualsiasi velleità di controllo sia dello Stato che degli enti locali. È inutile fare cultura, perché serve soltanto o ad un narcisismo accademico oppure a coprire l’inefficienza ela corruzione. Abbandoniamo il campo e non se ne parli più.

La tesi opposta non parte da una valutazione più ottimistica della situazione. E tuttavia ritiene che si sia giunti al livello più basso della sclerosi, e che qualcosa occorra fare. Certo, anche per i sostenitori di questa posizione il flirt tra urbanisti e rappresentanti del governo è finito. Gli urbanisti rifiutano ormai di fungere da ornamento culturale di una macchina incapace di funzionare. Ma non bisogna abbandonare il campo. Occorre trovare un diverso punto di applicazione, e rilanciare la battaglia per una radicale riforma urbanistica».

Pur nella diversità delle posizioni, è chiaro che l’Inu non ha ancora “cambiato linea”; la successiva «svolta» non verrà suscitato da queste rappresentazioni della realtà italiana, dalle difficoltà relative alla riforma urbanistica: al contrario, sarà il pericolo stesso per la sopravvivenza dell’Istituto che lo porrà nella improrogabile necessità di un cambiamento. Per ora «un punto sembra sicuro: l’Inu deve continuare a svolgere la sua azione a due livelli: quello dei tempi lunghi, della ricerca e dello studio; e quello dei tempi brevi dell’emergenza. Non possiamo rinunciare né all’uno né all’altro livello, poiché se, da una parte, il nostro è un Istituto di Alta Cultura, per noi la cultura non è un’attività astratta, accademica e consolatoria, ma un impegno di tutti i giorni»[58].

Un’affermazione, questa, estremamente chiarificatrice dell’atteggiamento con cui l’Inu si prepara ad affrontare il suo Congresso di Napoli; lo stesso atteggiamento che lo farà insistere caparbiamente nella proposizione di questa “fisionomia” con la pubblicazione, su Urbanistica, delle relazioni predisposte per il Congresso, ma pur con questa immagine, il “vecchio” Inu già costruisce un ponte per la trasformazione; il problema è aperto e l’Istituto già si chiede «che cosa dobbiamo fare, e con quali forze».

Una indagine a parte comporta l’insieme degli altri testi scelti come occasioni per una riflessione dell’Inu sul proprio passato[59]; sono tutti testi prodotti in occasione di congressi e convegni, ma la diversità della loro forma obbliga ad una distinzione:

a) testi che contengono un richiamo alla storia, completa o di un limitato periodo, dell’Istituto, enunciato esplicitamente, all’interno della trattazione o nel titolo[60]; oltre a questi, vi sono testi che compiono un’operazione analoga ma sull’intera disciplina urbanistica[61]: poiché sembra che alcune ipotesi più generali sulla disciplina, avanzate dall’Inu, possano chiarire il senso di quelle specifiche sul proprio ruolo, data la stretta connessione tra gli urbanisti e il loro Istituto Nazionale (anche altrove rilevata);

b) testi che, all’interno di trattazioni più ampie, avanzano ipotesi sul ruolo dell’Istituto – esplicitate quasi sempre nella seconda parte del testo e, comunque, dopo un cenno a specifici eventi della storia dell’Inu – direttamente connesse in un rapporto causai e con questi ultimi[62];

c) testi che contengono semplici e sporadici richiami ad episodi passati[63] (spesso Congressi o convegni precedenti), ma che non sono organizzati in un filo cronologico, né utilizzati per avanzare ipotesi sul ruolo dell’lnu[64].

L’analisi sull’oggetto di questi documenti[65] e sui modi di descrizione della storia evidenzia come primo problema l’arco temporale: tutti i testi” fanno iniziare la narrazione dal dopoguerra (a volte dai Congressi, del 1948 o del 1952); e le persone che compiono queste ricostruzioni storiche sono tutti personaggi entrati nell’lnu, o comunque che vi hanno ricoperto cariche, a partire dal periodo successivo alla guerra[66], mentre non può rintracciarsi un collegamento tra il tipo di ricostruzione che narrano e il ruolo che rivestono nell’Istituto.

Tra coloro che conducono riflessioni complessive sulla disciplina urbanistica esiste una certa affinità; sono tutti personaggi (in particolare Giancarlo De Carlo, Ludovico Quaroni, Giuseppe Samonà)[67] che hanno sempre mostrato interesse per le questioni metodologiche e teoriche, tesi in uno sforzo di crescita della disciplina, per la cui realizzazione l’Istituto era soltanto un tramite, non un fine[68].

Per quanto riguarda gli episodi riportati, sembrano emergere due questioni fondamentali: da un lato si richiamano congressi e convegni dell’lnu, usandoli come tappe percorse; dall’altro e in particolare in testi successivi al 1968 (Astengo, 1969, Detti s.d. 1972, Salzano 1973)[69] ci si concentra su episodi legati alla formazione di leggi (utilizzando il Codice dell’Urbanistica come tappa fondamentale). I testi del 1975, poi, meritano un cenno a parte, ma va detto che si concentrano maggiormente su ipotesi per la definizione di un ruolo dell’lnu, mantenendo come tappe i Congressi e Convegni ma scegliendo una nuova soglia di partenza, il 1969: «L’I.N.U. rinasce dalle lotte del ’68 e ’69»[70].

Dunque i congressi e le leggi hanno scandito la storia dell’Istituto; risulta immediato il confronto con la relazione di Calza Bini del 1943, dove invece la descrizione poneva l’accento sull’impegno culturale[71]. Ora si esalta invece l’immagine pubblica, l’impegno «attivo»; è cambiata la funzione che l’lnu ha di sé, l’immagine che vuole trasmettere?

Ma, pur nella diversità degli episodi scelti[72], un elemento accomuna i testi: quello della descrizione dell’intera esperienza urbanistica e dell’lnu, come una serie di “sconfitte!: «I fatti oggi emergenti sono soltanto la conseguenza apparente di fenomeni assai più profondi sui quali l’urbanistica italiana ha sempre trascurato di soffermarsi con sufficiente attenzione, tutta presa a recitar geremiadi quasi sempre inconcludenti»[73].

Pur così lucidamente individuata dalla commissione nazionale di Studio, questa rimane una caratteristica che segna in modo determinante qualsiasi riflessione dell’Inu sulla propria storia[74]. «Il Paese andava a ruota libera in economia, e quanto alla pianificazione urbanistica bastava ripercorrere le tappe della vita dell’Inu nell’ultimo «decennio per rendersi conto che ad ogni slancio era seguito un rientro, a tutti i livelli: 1952 – lancio dei piani regionali, e poi nulla: 1953 (…) 1960 infine – quel Codice dell’Urbanistica che, già a distanza di un anno, appariva come una delle più fatue illusioni dell’Inu»[75].

Ma è proprio la storia «di lotte e di sconfitte», l’appiglio che consentirà il recupero della passata esperienza dell’Inu, dopo la «svolta» del 1969: «La battaglia sostenuta dall’Istituto dal 1960 inpoi, per una riforma della legge urbanistica e per un diverso regime di appartenenza dei suoli urbani è stata lunga, estenuante, e ha sortito effetti modesti perché concepita e condotta da una èlite culturale, quasi sola contro le forze economiche e politiche più arretrate del paese, (…) non ci furono né ci sono i governi e i ministri illuminati a raccogliere i nostri allarmi e le nostre proposte: c’è una condizione continua di lotta alla quale noi possiamo portare uno specifico contributo disciplinare, ma che va condotta cercando nuove e sempre più vaste alleanze con le forze democratiche e con i lavoratori»[76].

Dunque ancora una figura positiva, guidata da «ragione» e «giustizia», ma «quasi sola» contro le forze «più arretrate»; l’ingenuità di aver creduto alle promesse di una coalizione governativa è il solo neo, presto recuperabile con un’alleanza «con le forze democratiche e con i lavoratori». Un ennesimo “spostamento” di referente nell’interesse e per la sopravvivenza dell’Istituto.

L’analisi del secondo gruppo di testi aiuta a caratterizzare i modi di autodescrizione dell’Inu. La presenza di testi in date precedenti al 1962 (anno della prima “storia”, quella di Zevi) suggeriscono l’esistenza di momenti di tensione verso una possibile ricostruzione del ruolo dell’Istituto.

L’intento di Cattani nel 1949, al primo convegno della sua presidenza[77] nell’anno di avvio della “fase” di gestione dell’Inu del dopoguerra, era stato quello di chiarire il ruolo dell’Istituto. In funzione di questo fine egli ricostruisce la vicenda dell’Inu a partire dalla sua fondazione.

Ma la rilevanza di questo testo è dovuta al fatto che questo è l’unico caso in cui l’Inu affronti il problema del suo “passaggio” attraverso l’esperienza del fascismo e la guerra; tale operazione è naturalmente tutta finalizzata a dimostrare l’estraneità dell’Istituto a qualsiasi tipo di disputa politica, ad affermare la sua caratteristica di «associazione libera di studiosi»:

«[L’Inu] Vive in perpetua collaborazione con tutte le autorità e con tutte le amministrazioni, ma conserva il suo carattere di libera unione di studiosi italiani, preoccupati soltanto di raggiungere questo obiettivo. È gloria dell’Istituto Nazionale di Urbanistica Italiano di essersi dedicato a questo compito con uno slancio, con un disinteresse, con una serenità che fanno onore al nostro Paese, È una delle pochissime associazioni italiane in cui i recenti, penosi avvenimenti non hanno portato altro sconvolgimento all’infuori di quello formale di una necessaria revisione dello Statuto portato ai nostri normali ordinamenti democratici e ad un maggiore impulso da parte della periferia,

Quanto al resto, l’Istituto Nazionale di Urbanistica non aveva peccati da scontare; non aveva colpe, né come istituto, né verso i suoi membri: la concordia tra i soci è continuata e continua malgrado duri la divisione dei partiti esistenti oggi nel Paese»[78].

 

Per il resto, anche questi testi consentono di verificare la scelta delle tappe di vita dell’Istituto in corrispondenza dei suoi congressi e convegni, ma queste manifestazioni determinano anche un’altra caratteristica: la quasi totalità di scritti che contengono riferimenti od ipotesi sulla storia dell’Inu è prodotta in occasione di congressi, e non di convegni. Questo elemento mi sembra interpretabile come segno della maggiore esaltazione del carattere pubblico dei congressi, come occasione di “presentazione” ai propri referenti.

Inoltre si nota la presenza a scadenza regolare di queste questioni: quasi ogni due anni, e comunque in tutti i congressi dal 1949 al 1975, si rintracciano riferimenti al passato dell’Istituto, in funzione della costruzione di ipotesi sul ruolo che questo debba svolgere. E troviamo anche nel 1968 un’ulteriore conferma della rilevanza di questa problematica; ed è ancora il volto pubblico dell’Inu ad essere esaltato[79].

Ma ancora vanno ribaditi gli elementi narrativi caratterizzanti: il riferimento quasi costante a congressi e convegni; una soglia determinante in occasione del Codice dell’Urbanistica; l’attenzione all’impegno legislativo; la finalità specifica di descrivere il passato per trovare direttive sul ruolo futuro. L’intento esplicito è ripetere verità, tanto vere da sembrare scontate, [che possono] servire però nel nostro caso a confrontare con esse l’azione dell’istituto di urbanistica negli ultimi anni, per cercare in esse la validità della nostra azione passata, ma anche l’orientamento per quella futura»[80].

E dunque la tensione verso un cambiamento, che per l’Inu è ancora una volta cambiamento di interlocutore/referente: «Senza cessare di ricercare l’incontro con il primitivo interlocutore, il discorso dell’Istituto deve allargarsi a tutti gli altri protagonisti di un ordinamento urbanistico democratico; conservando gelosamente la propria autonomia culturale, ma anche moltiplicando con la propria iniziativa le possibilità di determinare circostanze ed occasioni più propizie»[81].

Una questione su cui vale forse la pena di soffermarsi riguarda l’interesse che l’Inu mostra per l’uso di una ricostruzione storica della propria vicenda direttamente finalizzato alla descrizione del proprio ruolo. In altri termini, scoprire quando l’Inu (o comunque alcuni suoi membri) ha mostrato interesse per una ricostruzione storica della propria vicenda, può forse dirci qualcosa sul ruolo specifico che in quel momento l’Istituto si è assegnato.

Ma se l’Inu [ri]compone la propria storia per “fondare” il proprio ruolo, questo avverrà nel momento in cui intende assumere (ed affermare/imporre ad altri) quel ruolo. Allora si può forse sostenere che le tappe a cui abbiamo trovato una maggiore tensione dell’Istituto per la ricomposizione della propria storia corrispondano a momenti determinanti nella vita dell’Istituto, in cui questo cercava di imporre un nuovo ruolo, una nuova fisionomia; “si presentava” a degli interlocutori o referenti.

Va, tra l’altro, in margine osservato che l’operazione di auto assegnazione di un determinato ruolo sembra connotare specificamente tutta la vicenda dell’Inu, con un’ennesima sostituzione, questa volta al “resto del mondo”, nell’attesa che da fuori giunga un segno del riconoscimento dell’utilità (dell’indispensabilità, forse) della propria istituzione.

Infatti, almeno fino al 1968, (escludendo cioè il periodo 1969-75 incui, come abbiamo visto, la questione del proprio ruolo diventa centrale nella vita dell’Istituto ed occupa quasi esclusivamente l’attività anche interna) le occasioni in cui si trovano ricostruzioni e bilanci della storia,dell’Inu sono occasioni “pubbliche”,di preferenza Congressi, che hanno sempre avuto una veste più “esterna” rispetto ai Convegni; dove, cioè, l’Istituto sentiva il bisogno di fornire una vera e propria “presentazione” di sé alle autorità partecipanti.

Dunque, è al potere legittimante della storia che l’Istituto assegna il ruolo di delineare la propria immagine di costruire un fondamento alla propria fisionomia. Anche la scelta dei modi e dei contenuti di questa storia sembra determinata dal fine per cui essa è costruita: le tappe descritte coincidono sempre con i Congressi e i Convegni e con le tematiche in queste proposte, consolidando così un’immagine coerente della vita dell’Istituto fin dagli anni Cinquanta e saldandola alla “scommessa” del decennio successivo: la programmazione economica.

Il tipo di storia costruita/narrata è determinato dalle condizioni e dai fini per cui è pensata; così, nei primi anni Sessanta si pone in parallelo una storia dell’Inu – coerente, continua e con inizio nel 1948 – con la vicenda politica italiana dal dopoguerra, proprio mentre si tenta di proporre una collaborazione, e il vero e proprio inserimento dell’Istituto, nelle scelte politiche.

È evidente questo intento nelle due scelte dell’Inu. Esso nega una propria esistenza anteriore alla nascita della Repubblica e una propria attività al di fuori o in contrasto con le tappe congressuali, in cui costantemente l’Istituto poneva alla verifica degli organismi politici e di governo il proprio operato: il ruolo e l’attività dell’Inu si proponevano al contatto con il mondo politico italiano come assolutamente trasparenti.

È questa una pratica che ha radici antiche se, già annunciando il Congresso del 1948, l’Inu si auto definiva «organo specifico chiamato a fiancheggiare l’opera dello Stato e ad esserne l’agile tramite per il necessario coordinamento con quella degli enti e dei privati»[82].

Di un’altra storia e di un’altra tradizione si avrà bisogno, e si parlerà, a partire dall’anno del grande sbigottimento dell’Inu, dal Congresso del 1968. Così, riuscendo ad ogni costo a far sentire la propria voce[83] l’Inu rinnega il proprio referente di sempre per proporsi alleato dei nuovi soggetti sociali emergenti, ribadendo caparbiamente la giustezza di ogni gesto compiuto, di ogni parola detta, ed anzi ricomponendole in una nuova coerenza.

Ma è un canto del cigno; l’assemblea di Arezzo del 1969 proporrà in tutta la sua complessità la riflessione sul ruolo dell’Istituto e le posizioni espresse si riveleranno ben più estreme di quelle di un Quaroni o di un Samonà, “soppresse”/celate nel Congresso del 1968: «ogni ipotesi che riproponga un discorso strettamente disciplinare destinato ad essere dibattuto all’interno di un definito gruppo di esperti, ci sembra sul filo di una impostazione tradizionale che i fatti, oltreché i nostri presupposti, hanno dimostrato inefficienti»[84].

Ancora una volta si sacrifica la passata gestione per salvare l’Istituto, ma la prossima storia che si scriverà sarà per condannare «il vecchioInu» e per dimostrare l’avvenuta scelta, una nuova rinascita (quanto incompiuta, lo abbiamo già richiamato).

Ed è forse significativo che sarà proprio uno dei proponenti la mozione dell’Assemblea di Arezzo, Marco Romano, a scrivere una storia dell’urbanistica profondamente segnata da questa visione[85].

Ancora la coerenza sembra l’elemento che più di ogni altro l’Inu ha cercato di far emergere nella propria storia; ma questo uso strumentale della storia, lo abbiamo visto, è sostanzialmente motivato dalla necessità dell’Istituto di misurarsi con la “dimensione politica”, con i propri referenti, che sono sempre strati sociali, organismi istituzionali del Paese.

Senza voler negare che l’Istituto ha avuto momenti di confronto con settori culturali e disciplinari, ma semplicemente constatando che è il rapporto con la dimensione politica che emerge decisamente in una analisi di questo tipo, vorrei avanzare un’ipotesi sugli esiti che questo atteggiamento dell’Inu ha dimostrato produrre in relazione ai suoi referenti.

Essendo una istituzione di tipo “privato”, l’Inu ha sempre avuto la necessità di un suo riconoscimento all’esterno, necessità sentita alla fondazione, ma posta nuovamente con forza dopo la guerra, quando l’intero quadro di riferimento era mutato; questo lo ha condotto alla continua ricerca di referenti, dal Ministero dei Lavori Pubblici agli organi della programmazione, agli strati sociali di base, alle organizzazioni sindacali e politiche di sinistra; ma una sorta di “auto proposizione”, causata dalla mancata richiesta di collaborazione da parte di questi soggetti esterni, ha portato l’Inu a sostituirsi spesso a (o comunque a proporsi in sostituzione di) essi. E data l’improponibilità di una completa sostituzione nel ruolo reale che questi differenti referenti dell’Inu svolgevano, pena il porsi in una esplicita posizione conflittuale nei loro confronti, è accaduto che la sostituzione sia avvenuta sul piano della fornitura di supporti “culturali” per la giustificazione del ruolo che il Ministero, gli organi di programmazione, i sindacati, ecc., svolgevano (o avrebbero dovuto svolgere) nel complesso della compagine socialee politicaitaliana,

Intendo cioè sostenere che il ricomporre ogni volta una storia dell’Inu coerente con il referente istituzionale, politico o sociale che in quel periodo l’Istituto stesso si era dato, pur partendo da una necessità interna, di ricomporre una propria immagine accettabile all’esterno, abbia in sostanza finito per costituire la giustificazione teorica dell’operato dell’istituzione sociale o politica cui l’Inu faceva riferimento, La storia (coerente) dell’Inu è stata, di volta in volta, una dimostrazione della necessità, non tanto della presenza propria, quanto piuttosto di quella del referente; ha in sostanza rappresentato la “tradizione culturale” del referente,

Il fatto, inoltre, che il referente fosse sempre di tipo istituzionale (politico o sociale) ha probabilmente costituito una complicazione nella fisionomia di un istituto di cultura come avrebbe voluto essere l’Inu, Gli obiettivi di crescita disciplinare sono probabilmente sembrati, in questo senso, meno importanti delle «battaglie» per le leggi; ed il prodotto che la storia così costruita[86], ci restituisce, se può dirci qualcosa dei fermenti che hanno agitato nel corso di questi anni la scena politica e sociale italiana (anche se dal punto di vista assolutamente parziale dell’Istituto), è tuttavia un quadro estremamente eterogeneo e frammentato della vicenda passata dell’Inu, mancante proprio di quella coerenza sulla quale invece sembra essersi appuntata maggiormente l’attenzione dell’Istituto nel compiere dei tentativi di ricomposizione di una propria memoria interna, nel costruire una propria tradizione storica.

 

1.2 L’Inu e l’urbanistica all’estero

L’associazionismo professionale si lega a questa richiesta di ufficialità, che deriva dalla necessità di riconoscere un punto di riferimento disciplinare come “unico”; in questo senso va anche interpretata la tensione nella seconda metà degli anni venti per la fondazione di un Istituto Nazionale e l’immediato abbassamento di tensione dopo la fondazione dell’lnu, nel 1930. Era piuttosto evidente come quell’Istituto rispecchiasse solo una parte delle istanze poste negli anni precedenti; tuttavia dalla sua fondazione il riconoscimento di gran parte della cultura disciplinare fu evidente: la nazione è una e l’Istituto nazionale di urbanistica può essere uno soltanto.

 

1.2.1 I rapporti con Ia Fihuat

Fino agli ultimi anni venti, l’Italia era stata presente nel campo urbanistico internazionale solo attraverso pochi personaggi, studiosi provenienti per lo più dall’ambiente milanese[87].

Mentre infatti Armando Melisde Villa, caporedattore (di Urbanistica - bollettino della sezione Piemontese dell’INU – menziona soltanto Cesare Chiodi e Cesare Albertini, entrambi ingegneri di Milano, nel 1926 il rappresentante per l’Italia nella International Federation for Housing and Town Planning di Londra[88] era Albertini (per l’Associazione Nazionale dell’Abitazione e dei Piani Regolatori) e nel 1928 erano ancora Albertini (per l’Associazione Nazionale dell’Abitazione e dei Piani Regolatori), Alberto Calza Bini (per l’Istituto delle Case Popolari di Roma) e Antonio Mosconi (per l’Istituto Case degli Impiegati dello Stato, di Roma). Ed è sempre nel 1928, al Congresso di Parigi della stessa Federazione, che l’Italia partecipa attivamente con sei relazioni e tra i relatori anche Virgilio Testa[89].

Pur coinvolgendo in un primo tempo un numero ridotto di studiosi e tecnici italiani, i contatti internazionali si rivelano efficaci se dopo il congresso Internazionale dell’Abitazione e Urbanesimo a Torino, nel 1926[90], anche il XII Congresso Fihuat si svolge in Italia, a Roma nel 1929[91], seguito da quello per lo studio dei problemi della Popolazione a Roma nel 1931, ai Congressi internazionali degli architetti a Milano nel 1933, e a Roma nel 1935.

Ma la risonanza all’estero dell’urbanistica italiana doveva essere scarsa se sia Melis[92],ch e lo stesso Presidente dell’lnu Alberto Calza Bini, notano come recuperare il tempo perduto rispetto agli altri paesi sia uno dei compiti che si impongono all’Istituto fin dalla sua fondazione[93]: «l’Istituto ha potuto tenersi in contatto con gli Enti che all’estero si propongono lo studio dei problemi di sviluppo degli abitati, e ha efficacemente con essi collaborato. Esso è infatti rappresentato in seno alla Federazione Internazionale di Londra, e il suo Segretario Generale [Vigilio Testa, nda] fa anzi parte di quel comitato esecutivo. Non si è così soltanto fatto sentire la nostra voce di Italiani nei vari Congressi internazionali, ma si è dimostrato facilmente che anche nel campo del progresso degli studi e delle realizzazioni urbanistiche, l’Italia ha saputo prendere rapidamente il suo posto, sfatando le interessate dicerie sulla nostra condizione di inferiorità»[94].

Del resto propriola Federazione Internazionaleera stata il mezzo per la fondazione dell’Istituto, stimolata evidentemente dalla buona riuscita dell’organizzazione del Congresso di Roma del 1929, il cui Comitato Ordinatore costituirà il primo gruppo di soci dell’Inu; vale però la pena di notare l’impostazione espressa dalle relazioni italiane a questo Congresso.

Delle due relazioni generali Albertini cura quella sull’Housing, mentre di Town Planning parla Piacentini; inoltre delle relazioni sui vari temi sono sviluppate dai milanesi solo quelle riguardanti le abitazioni[95],mentre i temi “urbanistici”[96] sono di esclusiva trattazione romana[97]: Marcello Piacentini,Vittorio Pantaleo, Nestore Cinelli, Francesco Ciacci, Gino Dompieri,Luigi Piccinato per il primo tema; Cesare Chiodi, Francesco Ciacci ed Eugenio Fuselli per il secondo.

Tuttavia non è neppure lecito definire “urbanistici” i temi trattati dagli italiani; se infatti la Federazione in Italia è chiamata «dell’Abitazione e dei Piani Regolatori», anche nel caso della traduzione dei temi del Congresso di Roma si esprimono termini come «Replanning Towns» o «Réaménagemen des Villes» con «Sistemazione delle città» e ancora «Methods of Planning for the Expansion of Towns» o «Méthodes d’Aménagement pour l’Expansion des Villes» con «Costruzione di nuovi quartieri alla periferia di centri urbani». Inoltre non viene presentata alcuna relazione per il tema «Necessità di studi e ricerche in materia urbanistica» (diversa traduzione, questa volta, del solito «Town Planning»)[98].

Sembra quindi che la cultura urbanistica in Italia non abbia, all’epoca della fondazione dell’Inu, ancora risolto fondamentali problemi di definizione del campo disciplinare (una questione che segnerà, forse, l’intera tradizione dell’urbanistica italiana); ma tuttavia, già da ora emerge la parzialità del legame internazionale, tra una peculiare parte della disciplina italiana – di matrice fortemente romana – ed un’associazione internazionale, la Fihuat, che non rappresenta tuttavia l’intero panorama disciplinare.

In questo senso non desta dunque stupore che la fondazione dell’Inu sia caratterizzata in modo molto “romano”, come già evidenziato, probabilmente con una sorta di debito, nei confronti del preminente ruolo che all’urbanistica venne attribuito dal regime fascista: «…non soltanto possiamo ricordare che l’Istituto è romano perché a Roma ha la sua sede; ma perché da Roma si va diffondendo anche nel campo degli studi urbanistici un vigore nuovo che si espande e trionfa come tutte le idee che da Roma prendono vita»[99].

Con la Federazione Internazionalel’lnu mantiene ed espande i suoi rapporti: l’impegno per l’affermazione dell’Istituto si sovrappone a quello per il riconoscimento del progresso degli studi urbanistici in Italia, e da ora in poi, pur in situazione finanziaria precaria, l’lnu farà in modo di non rinunciare mai al suo posto di rappresentanza nei Congressi internazionali: al Congresso della Federazione a Berlino nel 1931, aLione nel 1932[100], Vienna nel 1938[101] con una mostra, fino al congresso che avrebbe dovuto svolgersi in occasione dell’Esposizione universale di Roma del 1942, la cui organizzazione viene affidata all’Istituto Nazionale di Urbanistica direttamente dalla Fihuat.

Praticamente ignorato dalla storiografia e dai testi che si sono occupati della vicenda dell’Esposizione universale di Roma del 1942, il caso del Congresso Internazionale Fihuat da tenersi a Roma in occasione dell’E42 emerge dai documenti dell’Archivio Inu[102].

I documenti testimoniano di un’attività dell’Istituto che fin dal 1938 si occupa della predisposizione e dell’organizzazione del Congresso Internazionale, intrattenendo relazioni con l’lrce (Istituto Nazionale per le Relazioni Culturali con l’Estero) che aveva il compito «di promuovere e coordinare i Congressi Internazionali da tenersi a Roma,durante ilperiodo di apertura della “E 42”» e con diversi personaggi della Fihuat di Bruxelles (la segretaria Paula Schafer), di Londra (il Ministro della Sanità G. L. Pepler, presidente dimissionario), di Stoccarda (il neo-presidente K. Strolin).

Il «Piano di Massima tecnico-scientifico» del Congresso prevede la sua organizzazione in tre punti: la trattazione di temi di studio; lo svolgimento di viaggi di studio; l’eventuale Mostra internazionale. Se per i temi del congresso si indica soltanto una loro rispondenza ai «più attuali e interessanti temi dell’urbanistica e dell’edilizia», per la mostra si indica ne «La città di importanza mondiale» il tema principale. Le spese previste a carico dell’Istituto sono stimate in 600.000 lire, di cui si richiede un contributo allo Stato pari ai due terzi[103].

A proposito di questa vicenda va notata, tuttavia, la totale assenza di cenni all’organizzazione del congresso nelle notizie che riportano sulle riviste l’andamento dei lavori per l’E42; ciò è vero anche per quanto riguarda la rivista dell’Inu, Urbanistica, e stimola un interesse all’approfondimento nello studio di questi documenti per far luce sui meccanismi di un evento così poco evidenziato e pubblicizzato, ma nel quale mi pare siano stati coinvolti personaggi rilevanti[104].

Nel frattempo era uscito il Lessico internazionale dei termini tecnici nel 1933, ad iniziativa della Fihuat, curato dall’lnu per la parte italiana: è il primo inserimento della lingua italiana «nel novero delle lingue per così dire ufficialmente riconosciute nel campo urbanistico»[105]. Nel 1932 l’lnu era stato consultato per decidere l’opportunità di una fusione tra la Federazione di Londra e l’Associazione Internazionale dell’Abitazione di Francoforte[106]; nel 1937 Bottai (designato dal Comitato di Presidenza dell’lnu) era diventato vice presidente per l’Italia della Federazione Internazionale di Londra.

Ma un nuovo impulso alla ripresa dei rapporti con le associazioni e gli istituti stranieri viene dato a partire dalla seconda metà degli anni Quaranta, dopo la guerra[107]: pur impegnata nell’organizzazione del Congresso e dell’Esposizione di Parigi, l’lnu collaborerà con il R.I.B.A. inglese e con l’Association Française pour l’Urbanisme et l’Habitation di Parigi, con l’A.n.a.l.a. di Bruxelles e con il Centre de Propagande et d’Action contre le Taudis di Lyon, con il Colegio di Arquitectos de Cataluna y Baleares di Barcellona e con The Bureau of Urban Research Princeton University nel New Jersey e partecipa ai congressi di Lione nel 1947, di Zurigo nel 1948, di Amsterdam nel 1950, di Lisbona nel 1952[108].

 

Un evento: l’Esposizione Internazionale dell’Urbanistica e dell’Abitazione a Parigi, 1947

Nel maggio – giugno 1947 avrà luogo a Parigi una Esposizione Internazionale dell’Urbanistica e dell’Abitazione che si propone il fine di collaborare efficacemente alla soluzione di uno dei più gravi problemi del dopoguerra in tutte le nazioni: quello di assicurare rapidamente e nel modo più economico una abitazione adeguata alla evoluzione sociale e al progresso tecnico.

Il Governo Francese ha rivolto invito ufficiale al nostro Governo di partecipare alla importante manifestazione, che darà modo all’Italia di documentare insieme le gravissime distruzioni della guerra, non sempre sufficientemente note nei paesi esteri, e lo sforzo che essa va tenacemente compiendo per risanare le sue ferite e riprendere speditamente l’interrotto cammino inteso a dare una moderna attrezzatura urbanistica al Paese e una casa sana ed accogliente a tutti gli italiani (…). Il consiglio stesso, pertanto, si costituiva in comitato ordinatore della sezione italiana, e si poneva subito all’opera.

Alla fine dell’ottobre scorso il nostro Governo inviava a quello Francese l’adesione ufficiale comunicando di aver affidato l’incarico di organizzarela Sezione Italianaall’Istituto nazionale di Urbanistica e di aver nominato Commissario della Sezione stessa – come richiesto dal Regolamento Generale dell’Esposizione – l’Avv. Domenico Delli Santi. (…)

L’Istituto rivolge innanzitutto pubblico ringraziamento al Governo italiano per aver voluto – con piena sensibilità e coscienza urbanistica – dargli un autorevole riconoscimento giuridico che affida al nostro Istituto la rappresentanza ufficiale della materia stessa così nel campo scientifico e culturale, come in quello delle applicazioni[109].

 

Nei resoconti e nelle notizie riportate in Urbanistica, è di evidenza immediata l’esplicita allusione ad un rilevante interesse per la storia disciplinare italiana di questo avvenimento[110], proprio come primo riconoscimento ufficiale, sul piano reale, da parte del Governo Italiano, dell’lnu come unico ente che abbia ufficialmente l’investitura della rappresentanza italiana in materia urbanistica[111].

Due aree di esposizione, al Grand Palais e al Cours la Reine, per un totale di oltre 3.100 mq in cui esporre lo stato dell’attività urbanistica ed edilizia in Italia e l’impegno nell’attività di ricostruzione[112]. I materiali esposti sono suddivisi in cinque gruppi: Problema nazionale dell’abitazione; Urbanistica; Abitazione; Costruzione e attrezzatura della casa; Informazioni.

l’Esposizione si divide in due parti essenziali: la prima a carattere scientifico, tecnico e culturale, intesa a far conoscere i principi informatori seguiti nelle varie nazioni per risolvere i problemi dell’urbanistica e dell’abitazione, e lo stato attuale delle teorie, delle ricerche scientifiche, della legislazione, dei metodi organizzativi generali; la seconda a carattere pratico, intesa a far conoscere e a valorizzare i materiali e gli impianti tutti inerenti alla casa in senso lato e a favorire di conseguenza una feconda ripresa di scambi commerciali[113].

 

Il Consiglio Direttivo dell’Inu delibera dell’11 febbraio 1946 di assegnare a Rossi de’ Paoli il coordinamento generale, a Giuseppe Borrelli de Andreis[114] la segreteria organizzativa e compone delle Commissioni di gruppo per ognuno dei cinque temi. All’organizzazione centrale si affianca quella curata dalle varie sezioni regionali dell’Istituto, mentre Ligini, Marabotto e Racheli sono i progettisti della Esposizione. Il catalogo della sezione italiana con le relazioni ufficiali presentante, costituirà il volume Urbanistica ed edilizia in Italia edito nel 1948[115].

All’Esposizione partecipano, oltre naturalmente alla Francia, otto paesi europee (Danimarca, Svizzera, Belgio, Polonia, Cecoslovacchia, Grecia,Islanda, Svezia)e l’unione Sud Africana; Urbanistica riporta in tre numeri del 1947[116] i dettagli della manifestazione. L’ampia partecipazione di personalità governative (il Presidente del Comitato d’Onore è De Gasperi)[117] è la prima occasione per l’Inu di contatto con gli organi istituzionali della Repubblica e rappresenta una sorta di prova generale della successiva organizzazione dei Congressi nazionali.

Se uno sguardo al programma generale predisposto può consentire un approfondimento riguardo lo stato di definizione delle tematiche attinenti l’urbanistica e l’abitazione a livello internazionale[118], la particolare realizzazione della Sezione Italiana ci offre una panoramica sullo stato della disciplina e delle realizzazioni compiute nel nostro paese.

In particolare nel II gruppo «urbanistica» vengono presentati, tra gli altri[119]: « lo stato della legislazione in materia (è il primo punto);il piano regionale piemontese; i piani regolatori di Genova, Milano, Napoli, Roma; diversi piani di ricostruzione con uno studio di presentazione del Ministero dei Lavori Pubblici; le realizzazioni di «architettura sociale» della Olivetti a Ivrea; il QT8 alla VIIIª Triennale di Milano; alcuni studi sui trasporti; lo studio della Direzione Generale delle Belle Arti, presso il Ministero della Pubblica Istruzione, sulla ricostruzione dei monumenti.

Oltre al problema del piano regionale – che di nuovo compare nel panorama disciplinare[120] - è dunque la “scommessa” della ricostruzione ad impegnare maggiormente l’Inu, ma forse tutta l’urbanistica italiana in questi anni ed a costruire per essa una fisionomia “rinnovata”.

Anche se questo episodio, mai richiamato nelle storie dell’urbanistica italiana[121], andrebbe indagato specificamente i contribuiti particolari dei diversi personaggi che hanno partecipato alla realizzazione, sembra tuttavia ragionevole pensare che il grande impegno dell’Inu (pur in un periodo di gestione provvisoria) sia mosso dall’intenzione di non mancare ad un incarico che fornisce la prova tangibile del riconoscimento ufficiale del proprio ruolo da parte delle autorità governative. Naturalmente l’Inu è finanziato per questa organizzazione, principalmente dal Ministero dei Lavori pubblici, e la gestione può chiudere in attivo costituendo una buona base per la prosecuzione dell’attività interna.

Infine il rilevante spazio dedicato dalle riviste al congresso di Parigi del 1947 sembra il segno di un’autonomia disciplinare dell’urbanistica in Italia che va consolidandosi: ora le notizie sui congressi Internazionali sono citate nelle riviste a riprova dell’avvenuta affermazione dell’urbanistica italiana in campo internazionale e della realizzazione di un efficace e fervido contatto tra questa e le diverse realtà disciplinari all’estero[122]. L’urbanistica italiana ora, più sicura della propria identità, può dar luogo alla propria rappresentazione nel panorama internazionale, che le consenta anche di rafforzare la propria posizione come disciplina nascente, nei confronti delle discipline rispetto alle quali si inserisce nel panorama culturale complessivo

 

1.3 Costruzione teorica e codificazione del linguaggio. Un esempio: i piani regionali

 

(…) una concezione così semplicista dell’urbanistica poteva essere coerente: ad un mondo composto di aggregati urbani autonomi, per sé stanti aventi scarsi rapporti fra loro. (…).

Come sempre in queste cose, occorreva non solo che nascesse il problema, ma che giungesse a carattere di urgenza, perché fosse affrontato e impostato perla soluzione. Ciòha fatto nascere un nuovo ramo degli studi urbanistici, di carattere superiore: lo studio dei piani regionali. (…)

Volendo ridursi a definizione così generale, preferirei però dire: che è piano regolatore regionale quello che riguarda un complesso geograficamente od economicamente definitivo e comprendente più di una pubblica amministrazione.

Con la quale definizione si pone chiaramente il concetto che il pianoregionale riguarda un complesso, una entità composta di parti: suo scopo è il coordinamento delle singole necessità in vista di uno sviluppo complessivo: il vantaggio di ognuno cercato nel quadro di un superiore vantaggio di tutti.[123]

 

Un ‘ultima notazione, ma rilevante, su un caso che mi pare del tutto peculiare – e che consente di recuperare un’interpretazione della rappresentazione dei piani come esempi per la verifica e la costruzione di strumenti tecnico-disciplinari – riguarda l’intreccio tra la trattazione dell’urbanistica estera e le teorizzazioni su un preciso «tipo» di piano, che ha rappresentato nel processo di affermazione disciplinare in Italia un elemento rilevante sul cui senso dibattere e costruire teorie e perfino impalcature istituzionali:il pianoregionale.

È ad esempio questo il solo caso, mi pare, in cui sia esplicitata in modo piuttosto intenzionale la forte connessione tra il processo di costruzione disciplinare in Italia e la rappresentazione dell’urbanistica straniera, come contributo di studi per l’avanzamento, il progresso della strumentazione tecnica: nel dibattito sui piani regionali il richiamo ai casi esteri è utilizzato strumentalmente per la composizione di una rassegna, l’esplorazione di possibili definizioni altrove compiute e sperimentate, spesso alla ricerca di soluzioni trasferibili nella realtà urbanistica italiana.

La “forza” di questo strumento sta nel fatto cheil pianoregionale, probabilmente, risulta fortemente mutuato dalla compagine disciplinare straniera, per lo più anglosassone.

Più interessante ai nostri fini mi pare sia rilevare il fatto – piuttosto raramente verificato si – che la rappresentazione di esperienze ed esempi esteri in questo caso appare fortemente motivata da esigenze di costruzione disciplinare interna: esemplare, in questo senso, mi pare il caso di «Necessità dei piani regionali e loro disciplina giuridica» dove Testa nel 1933 svolge una rassegna sintetica dei casi esteri come esempi di applicazione, per giungere a fornire indicazioni di regole di definizione del piano regionale all’interno della normativa italiana, per la quale già allora era in via di definizione la legge urbanistica generale: «Ma l’opera di revisione [della legislazione urbanistica, nda] non potrà riguardare soltanto il contenuto dei piani regolatori: anche i criteri relativi alla loro estensione dovranno essere opportunamente riveduti per accertare se non debbasi eventualmente allargarne la funzione regolatrice oltre la cerchia del territorio dei singoli comuni, per disciplinare la sistemazione della rete stradale e lo svolgimento dell’attività edilizia in una intera regione».

Sulla base di questa convinzione, la rassegna di Testa è compilata affrontando sistematicamente alcuni nodi fondamentali del piano regionale e confrontando le esperienze estere evidenziandone gli aspetti positivi e negativi e le eventuali confrontabilità con il caso italiano.

La questione del piano regionale, di quello territoriale e dei livelli della pianificazione in generale è elemento centrale del dibattito urbanistico per tutti gli anni Trenta e Quaranta, tanto da costituire uno dei voti finali del Primo congresso nazionale di urbanistica del 1937, all’interno del tema sui «Vantaggi economici del piano regolatore»:

«Il I° Congresso Nazionale di Urbanistica (…) fa voti perché i vari piani regolatori siano inquadrati in una rete di piani regionali, i quali consentano di coordinare tra loro la sistemazione e lo sviluppo di centri abitati vicini, quale mezzo per il raggiungimento del massimo dei vantaggi economici conseguenti ad un razionale assetto urbanistico»[124].

Su di essa si fonda, poi, la legge urbanistica del 1942, e sui livelli della pianificazione gli urbanisti italiani saranno impegnati a dibattere fino agli anni settanta, coinvolgendo nel dibattito le interpretazioni sul senso e sul ruolo complessivo attribuito al sapere disciplinare.

La rilevanza del piano regionale per la costruzione dell’urbanistica è sottolineata ancora da Piccinato nel 1944 che la cita tra le sue quattro «Conquiste»,

«oggi talmente importanti e fondamentali, da costituire esse sole la premessa di ogni sviluppo futuro della urbanistica. Esse sole determinano già la struttura e l’organismo della città di domani e non possiamo discostarcene senza il pericolo di tornare indietro o di rinunciare a creare, per i nostri figli, una vita sociale più ragionevolmente organizzata e più bella. (…) Ed ecco la quarta conquista: che qui si pone ultima perché è forse la più importante o almeno, la più conclusiva in quanto scaturisce logicamente dalle altre tre: del piano regionale. (…) Ma oggi, più che mai, tutti noi sentiamo che [...] si rende indispensabile un piano regolatore della vita intera del paese. [...] Il pianoregionale trae le sue ragioni solo dalla sanità di questi principi e appunto in esso si risolve ogni altra conquista della nostra tecnica: è l’indice più eloquente del grado di civiltà di un paese, poiché esso grado ben si misura dalla capacità di cooperazione, dal rispetto reciproco delle esigenze, dall’equilibrio delle forze che nel piano regolatore sono rappresentate»[125].

 

Sul concetto di «giusta dimensione» dell’urbanistica, anzi sulla sua forma di slogan l’Istituto Nazionale di Urbanistica incentrerà il primo di quei congressi degli anni Cinquanta che gli serviranno per rappresentare la propria rifondazione, con levi alla segreteria ed Olivetti alla presidenza: proprio il congresso del 1952 aVenezia su «la pianificazione regionale». Ma i temi trattati e le implicazioni connesse a questa «giusta dimensione» presentano forti elementi di continuità con il passato, ricordano anzi fortemente proprio i temi del primo congresso del 1937[126].

Uno dei motivi di interesse ad indagare a fondo la questione è la constatazione della valenza “risolutoria”, quasi “esorcistica” assegnata alla «giusta dimensione»: all’emergere, cioè, di un problema per l’urbanistica, si ricerca la giusta dimensione come luogo della sua risoluzione. I rapporti con altre discipline (l’interdisciplinarità e la divisione di compiti); il coordinamento; l’insorgere di una nuova tematica (la pianificazione non urbana, la partecipazione) o di un nuovo problema (la città-regione e il rapporto città-campagna); il rapporto con le istituzioni, e persino i problemi tra interessi privati e interessi della collettività: tutto si può risolvere nella «giusta dimensione».

È qui, anche, che si afferma il grande vantaggio “strumentale” di questo concetto, che consente al tempo stesso di focalizzare le differenti concezioni dell’urbanistica e i problemi diversi che la disciplina si è posti.

L’interesse specifico di un’operazione così delineata risiede appunto nell’opportunità che offre di “osservare”, sia pure da uno dei tanti punti di vista possibili, le diverse flessioni che l’idea (o le idee) di urbanistica subisce nella riflessione teorica; di proporre un modo di lettura che, attraverso l’obiettivo strumentale dell’individuazione di un determinato concetto e dell’uso fatto ne, consenta di “andare oltre”, e di rintracciare alcuni elementi del “contesto” teorico di definizione disciplinare in cui il concetto è stato usato.

Seguire le varie accezioni della «giusta dimensione» può consentire di rintracciare l’idea di urbanistica in funzione della quale queste sono indicate come luogo risolutorio. E consente, soprattutto di verificare che esistono differenti idee dell’urbanistica che si sovrappongono, hanno nascite e sviluppi differenti e si svolgono in differenti archi temporali. La «giusta dimensione» è allora la problematica risultante dall’intreccio di tutti questi strati.

La «giusta dimensione» viene concettualizzata in modo sistematico a partire dal Congresso di Venezia del 1952 e da ora in poi il ricorso a questo concetto segna in modo determinante i testi prodotti dall’Istituto in occasione di congressi e convegni. Pur non essendo sempre presenti esattamente questi due specifici termini, sono proprio le altre parole usate in seguito a chiarire il senso di queste, scelte per prime: «livello intermedio», «giusta scala», «dimensione ottima», «giusta misura intermedia». Sono queste solo alcune delle variazioni terminologiche (ma corrispondono anche a variazioni sostanziali nella concezione disciplinare), con le quali fino ai primi anni Settanta si continua ad indicare un obiettivo determinante nel percorso di ricerca.

Già nel 1937-38 si esprimevano insoddisfazioni per il livello dell’urbanistica («il limite angusto») e si ipotizzava che i problemi si ponessero ad un livello superiore, che ammettesse anche il territorio non urbano, relazionandolo alla città: nascevano le tematiche del piano territoriale di coordinamento, del piano regionale (e in generale dei piani urbanistici di ordine superiore) legati alla disciplina delle aree non urbane. Se, perciò, potrebbe costruirsi un legame tra piano regionale (o territoriale) degli anni Trenta e quello del 1952, va però tenuto presente che ora appare fondamentale non tanto che siail piano“regionale” la giusta dimensione (quattro anni più tardi sarà infatti l’intercomunalità), quanto che questo sia scelto per il suo essere livello intermedio (e a volte “di mediazione”, anche), funzionale, cioè, al compimento di un’urbanistica interdisciplinare.

Negli anni Trenta sembrava bastare invece cheil pianoregionale fosse di livello («ordine») superiore,funzionale all’affermazione del carattere «di sintesi» della disciplina: non si cercava una collaborazione, si affermava una supremazia: «Può sussistere la necessità di piani che si estendano oltre la zona di un determinato aggregato edilizio e quella del suo possibile ampliamento, per abbracciare un territorio agricolo industriale abbastanza vasto ma che non varca i confini del territorio comunale (…).

[Il Raduno Inu aveva suggerito di adottare la denominazione di piani territoriali per] quelli che comprendono l’abitato e zone circostanti non destinate esclusivamente alla costruzione»[127]; «estendere i piani regolatori generali a tutto il territorio comunale non ha molto interesse perché tutta la parte del territorio che non è urbana dovrebbe più logicamente rientrare nella disciplina dei mezzi urbanistici di ordine superiore»[128].

Il problema di far corrispondere alla dimensione “appropriata, adeguata, conveniente” un soggetto determinante, quello in funzione del quale si compie la ricerca della «giusta dimensione», pone in campo l’urbanista: la «giusta dimensione» sarà sempre intesa, anche se implicitamente, come “il migliore luogo”, “la migliore condizione” per l’operare dell’urbanista. In questo senso va intesa tutta una serie di specificazioni che arrivano anche a definirla come il luogo «tale da non offrire ostacoli all’opera del pianificatore» o la «dimensione a cui non sia già tutto compromesso», con un riferimento esplicito alla migliore condizione di operatività professionale per l’urbanista[129].

Nel 1952, il momento della sua più esplicita e cosciente definizione da parte della cultura urbanistica espressa dall’Inu, la funzione di questo concetto e la sua collocazione come miglior luogo per l’operare dell’urbanistica (la migliore condizione) doveva corrispondere a quello che permettesse il pieno affermarsi dell’urbanistica; disciplina che allora era concepita secondo alcune discriminanti: da un lato l’interdisciplinarità. L’urbanistica è sintesi e deve quindi poter “comprendere” le altre discipline, costruirsi un linguaggio più scientifico, abbandonare la dipendenza dai fenomeni fisici ed aumentare il grado di astrattezza; d’altro canto, questa interdisciplinarità necessita di una netta divisione di compiti: deve esistere un modo “oggettivo” con il quale stabilire il modo ed il luogo dell’incontro.

A questo viene in aiuto la particolare concezione della disciplina (ma anche della realtà: la concettualizzazione stessa del mondo cui gli urbanisti aderiscono): esistono diversi livelli, dall’urbano (il più piccolo) al nazionale (il più grande) posti su una stessa linea e relazionati in modo tale che la somma di un certo numero di livelli inferiori dia un livello superiore; è perciò evidente che tra i due esistano alcuni livelli intermedi.

Se l’obiettivo è ricercare il luogo in cui sia possibile realizzare l’interdisciplinarità, questo deve collocarsi in un livello intermedio, neutrale tra le due discipline; negli stessi anni Cinquanta questo livello (sempre descritto come “intermedio”) è identificato in oggetti differenti: la regione, l’intercomunalità; fino a portare alla comparsa “ufficiale” del comprensorio nel 1960, nel Codice dell’Urbanistica.

Ma legare la ricerca di una giusta dimensione all’affermarsi dell’urbanistica interdisciplinare, non ci consentirebbe di spiegare il permanere di questo concetto oltre gli anni Cinquanta. Occorre invece ancora una volta comprendere, richiamare interamente, il significato della giusta dimensione sopra enunciato: il miglior luogo per l’operare dell’urbanista.

È allora evidente che laddove muti la concezione disciplinare e del ruolo dell’urbanista, muterà anche la scelta di questa giusta dimensione; fino a condurre alla ricerca di una nuova «giusta dimensione»,quella in cui sia possibile la partecipazione.

E così, la giusta dimensione negli anni Sessanta passa da luogo di esclusiva pertinenza dell’urbanista (il suo regno, la sua “isola felice”) a luogo “intemedio”, “neutrale”; fino a «giusta dimensione del campo di operazione urbanistica nella territorializzazione del piano regionale»[130].

La giusta dimensione non é più legata ad un livello di piano, una rappresentazione astratta della disciplina urbanistica, ma diventa un luogo fisico, o meglio un’istituzione dove l’urbanistica ricerca i suoi nuovi interlocutori nei gruppi sociali e nelle loro organizzazioni istituzionali.

 

 

Estratto da:

Laura Besati, «Contributi a una storia dell’Inu: 1930-1975», in Inu, Urbanisti italiani, Inu Edizioni, Roma 1995.

 

 

 


[1] La Giunta Esecutiva del Congresso Internazionale dell’Abitazione e dei Piani Regolatori aveva già discusso la questione nella riunione del 28.11.29: «Dopo breve discussione, alla quale prendono parte tutti gli intervenuti, la Giunta, aderendo all’avviso del Presidente decide di proporre al Comitato che l’avanzo risultante dal Conto Consultivo del Congresso venga impiegato per la costituzione di un Istituto Nazionale di Urbanistica. Delibera altresì di sottoporre all’approvazione del Comitato lo schema di Statuto che dovrà regolarne il funzionamento» Congresso Internazionale dell’Abitazione e dei Piani Regolatori, Giunta Esecutiva, 28 novembre 1929 – VIII, in Archivio dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, Roma (da ora: AInu).

[2] La cifra di 230.125,30 è citata da A. Melis de Villa «Presentazione dell’Istituto nazionale di urbanistica», Urbanistica, n. 1, 1932. Esistono tuttavia altre fonti che riportano cifre differenti (seppure leggermente).

[3] Cfr. A. Melis de Villa, «Presentazione…, cit.», 1932. Mentre Ardy (1926) aveva parlato di un Istituto di «Alti studi Municipali», è Calza Bini (1928) che propone un Centro Studi nazionale di Urbanistica e successivamente proprio un «Istituto Nazionale di Urbanistica». Cfr. Verbale Giunta Esecutiva Congresso Internazionale dell’Abitazione e dei Piani Regolatori, 28 novembre 1929; in AInu.

Sul dibattito per la fondazione dell’Istituto, vedi L. Falco, «La rivista “Urbanistica” dalla fondazione al 1949», Urbanistica, n. 76-77,1984, che riporta i due testi di A. Calza Bini, «Per la costituzione di un centro di studi urbanistici in Roma», Estratto dagli Atti del I° Congresso Nazionale di Studi Romani, Aprile 1928, e di S. Ardy, Proposta di creazione di un istituto italiano di urbanesimo e di alti studi municipali, Savit, Vercelli, 1926. Tuttavia, nonostante Ardy sia citato da Melis, come da Calza Bini, sembra da escludersi che il costituendo Istituto sia quello da lui progettato, sia per il ruolo non di rilevo che egli avrà nell’Inu, sia perché la fondazione e la prima gestione sono decisamente “romane”. Sulle interpretazioni della fondazione dell’Inu e per la ricostruzione del dibattito disciplinare in quegli anni, vedi anche P. Nicoloso, «Competenze e conflittualità nelle prime proposte sulla figura del tecnico urbanista», Urbanistica, n. 86, 1987.

[4] Verbale dell’Assemblea generale del Comitato Organizzatore del XII° Congresso Internazionale dell’Abitazione e dei Piani Regolatori, 25 gennaio 1930 – Anno VIII, in AInu.

[5] Questa composizione provoca anche delle critiche: «Circa l’Istituto di Urbanistica, ho visto l’elenco dei nomi proposti per la votazione e non Le nascondo qualche meraviglia di avervi trovato incluse persone che di urbanistica, neppure in senso lato, non si sono mai occupate. Maggiore meraviglia e anche un certo disappunto, mi ha recato il veder proposto, unico milanese, chi non ha certamente maggiori titoli, sia per opere eseguite, sia per studi compiuti di qualcun altro che nella preparazione del Congresso e negli studi preparatori per l’Istituto aveva pure avuto qualche parte. Evidentemente io non sono nelle grazie del Presidente. Ciò Le scrivo confidenzialmente non per fare osservazione che certo non mi sarebbero venute spontanee se avessi visto prescelto chi potesse vantare effettivi titoli per l’onore che gli si conferiva» Lettera 3 marzo 1930; da: Cesare Albertini (firma autografa), a: Egr. Sig. Avv. Comm. Virgilio Testa, Direttore Ripartizione IX. Governatorato di Roma, Via del Campidoglio, 6; in AInu). L’unico “milanese” cui Albertini accenna deve intendersi Giovanni Muzio (cfr. AInu).

[6] Il Governatorato di Roma, i comuni di Bologna, Genova, Milano, Napoli, Torino, Trieste, Venezia; gli Istituti case popolari di Roma, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Torino, Venezia; il Sindacato Interprovinciale Architetti di Torino, l’Istituto Abitazioni Minime di Trieste, l’Istituto nazionale case impiegati stato, l’Istituto case dipendenti governatorato, l’Istituto nazionale di credito edilizio, l’Istituto nazionale Immobiliare, l’Istituto romano beni stabili, la Federazione nazionale proprietà edilizia, la Federazione costruttori edili; la Confederazione sindacati professionisti e artisti; l’associazione proprietà edilizia Lazio e Sabina; la Banca d’ltalia, il Banco di Napoli, la Banca Commerciale Italiana, il Gruppo promotore case Architetti esposizione di Torino 1928; la Banca Nazionale del lavoro (cfr. AInu).

L’assenza di persone nella lista dei «soci fondatori» è dovuta forse alla definizione della categoria (creata nel 1933), legata semplicemente al versamento di una quota piuttosto rilevante.

[7] Alla riunione del 25.1.30 Calza Bini rappresenta: gli Istituti Case Popolari di Roma, Milano, Genova, Varese; l’istituto comunale per abitazioni minime; il sindacato nazionale architetti. (cfr. Verbale dell’Assemblea generale del Comitato Organizzatore, in AInu).

[8] «Corsi di cultura urbanistica? A seguito della decisione adottata nell’ultima adunanza dal Consiglio Generale si deve provvedere alla organizzazione in Roma di un corso di cultura urbanistica in modo che esso possa essere inaugurato non più tardi del dicembre p.v.

Il corso dovrebbe essere istituito con la collaborazione dei seguenti enti: Istituto nazionale di urbanistica, Scuola di Ingegneria di Roma, Scuola Superiore di Architettura di Roma.  Il presidentee il Prof. Giovannoni illustrano i criteri con i quali il corso funzionerà. La giunta approva l’istituzione autorizzando la concessione di un contributo di £. 5.000». Cfr. Riunione della Giunta direttiva 31 luglio 1933, in Libro dei verbali AInu. Vedi anche «La scuola di perfezionamento in urbanistica di Roma», Urbanistica, n. 1, 1934, p. 42-43 e Verbale Giunta direttiva del 16.4.32, in Libro dei verbali AInu.

[9] Cfr. Calza Bini, «L’lstituto Nazionale di Urbanistica», Comunicazione al III° Congresso di Studi Romani. Era contemporanea, Urbanistica, n. 3, 1933.

[10] L’idea di una rivista sembra nascere dal nord; cfr Lettera 27 febbraio 1930, «Il Segretario Generale del Municipio di Genova», da: Silvio Ardy a Virgilio Testa, in AInu. Sui primi anni di Urbanistica vediL. Falco, «La rivista…,cit.».

[11] «Presentazione dell’lstituto Nazionale di Urbanistica», Urbanistica, n. 1, 1932.

[12] «Che cos’è, a chi ed a che serve questa rivista», Urbanistica, n. 1, 1932.

[13] «Il cittadino deve perciò farsi una coscienza urbanistica, deve divenire urbanista» P. Betta, «Che cos’è, … cit.».

[14] «L’ing. Albertini osserva che sarebbe opportuno agevolare la diffusione di nozioni urbanistiche anche nel popolo al fine di preparare l’opinione pubblica alla soluzione di problemi che hanno grande importanza dal punto di vista delle civiche amministrazioni e favorire l’adozione di norme legislative sì da facilitare la formazione e l’approvazione di piani regolatori» Verbale della Giunta Direttiva, riunione del 16.4.32, in Libro dei verbali AInu.

[15] A. Calza Bini, «Prefazione», in G. Giovannoni, Vecchie città ed edilizia nuova, Utet, Torino 1931.

[16] In particolare l’attenzione per la Scuola di Perfezionamento in Urbanistica di Roma.

[17] Verbale di Adunanza generale del 2.3.32, in Libro dei verbali AInu: comunicazioni del Presidente (Calza Bini).

[18] Va notato a questo proposito che il solo problema che si pone è quello della “diffusione” dell’urbanistica. Non sembra urgente un impegno per la costruzione della disciplina, per la definizione dei fondamenti, si ritiene, forse, di non aver dubbi sugli elementi costitutivi della .nuova scienza»: Elementi di Urbanistica, Applicazioni di Urbanistica, Traffico ed impianti urbanistici, Legislazione urbanistica, sono i corsi di cui si comporrà la Scuola di Perfezionamento in Urbanistica di Roma, istituita nel 1934 (cfr. Urbanistica, n. 1, 1934, per i programmai dettagliati).

[19] «Intervento» di Del Bufalo in Verbale di Adunanza generale del 2.3.32.

[20] «Intervento» di G. Giovannoni, in idem.

[21] Albertini non è in Giunta direttiva, ci entrerà successivamente: cfr. la Lettera di Albertini citata in precedenza.

[22] «Intervento» di Albertini, in Verbale di Adunanza, in AInu.

[23] Verbale di Giunta direttiva del 16.4.32, in Libro dei verbali AInu p. 22-23.

[24] «Comunicazione della Presidenza», lette da Virgilio Testa, in Riunione della Giunta direttiva del 7.6.33, in Libro dei verbali AInu, p. 31-32.

[25] Idem.

[26] Intervento di Albertini in Verbale, 16.4.32, in Libro dei verbali AInu.

[27] «Una legge coraggiosa, dunque, e nello stesso tempo il frutto di una intelligente mediazione tra le proposte degli urbanisti e gli interessi della proprietà privata; ma, come si diceva, in questo periodo i politici interessati all’urbanistica sono in minoranza, esposti agli attacchi di chi considera la pianificazione come qualcosa di inutile, o, peggio, una ingerenza del Ministero dei Lavori Pubblici, nelle competenze di altri dicasteri: Crollalanza, evidentemente isolato, decide di non dar corso al progetto», F. Bottini, «Dall’utopia alla normativa. La formazione della legge urbanistica nel dibattito teorico: 1926-1942», Bollettino DU, (IUAV), n. 4, 1984, p. 121-146. Araldo di Crollalanza è Ministro dei Lavori Pubblici; su di lui cfr. Bottini, p. 132 e sgg.

[28] I Centri Studi costituiscono in effetti il primo nucleo dell’organizzazione periferica dell’lnu.

[29] Deliberazione Giunta direttiva del 31.7.33, in Libro dei verbali AInu, p. 46.

[30] Sull’organizzazione periferica nell’lnu,vedi diversi testi e documenti d’archivio, tra cui si segnalano:Statuto dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, [s.d., 1930?], Urbanistica, n. 6 1932; A. Melis de Villa, «Presentazione dell’Istituto.. cit,; «Istituto Nazionale di Urbanistica – Statuto, Roma febbraio 1940-XVIII», Urbanistica, n. 1, 1941; «Il nuovo Statuto dell’Istituto», Urbanistica, n. 3-6 1944; «Separatismo urbanistico?», Urbanistica, n. 6 1945; Inu, «Assemblea generale dei Soci, 19 giugno 1948», Relazione morale e finanziaria del consiglio direttivo, tipo della Bussola – Roma, s.d. (1948); L. Falco, «La rivista …, cit.»; Verbali di Giunta Direttiva (riunioni del 2.3.32; 7.6.33; 31.7.33); Verbali di Consiglio generale (riunione del 22.10.35); Lettera di V. Testa a G. Borrelli, Roma 15 giugno 1937; lettera «riservata-confidenziale», Roma Il febbraio 1938, di G. Borrelli a C. Tomelli. Tutti in Alnu.

[31] Il Congresso di Napoli del 1968 non si è mai svolto: «Com’è noto, un’improvvisa azione di giovani ha “contestato” il Congresso, che si è chiuso subito dopo l’apertura formale perché gli organizzatori hanno rifiutato il ricorso alle forze di polizia (ndr)», Urbanistica, nn. 54-55, 1969.

[32] A questi proposito vedi la relazione di G. Astengo «Venti anni di battaglie urbanistiche» (relazione generale introduttiva, in «Relazioni predisposte per il Congresso«, Napoli 1968, Urbanistica, nn. 54-55, 1969.

Questo testo è un punto di svolta  determinante che segna l’inizio dell’uso della metafora delle “battaglie” nella autocostruzione di una tradizione storica dell’lnu. In questo testo la «sfida», la «lotta» è presentata non soltanto come tratto essenziale della condizione dell’urbanista (del buon urbanista), ma soprattutto come qualità, la principale, che gli consenta di presentarsi «a testa alta». Dunque, compito dell’urbanista, non è “fare” l’urbanistica, ma “battersi” per farla; è un’affermazione interessante che consente di collegare ad Astengo un personaggio affatto differente da lui (per formazione disciplinare, ma anche per ruolo ricoperto nell’Inu), ma che sembra potersi richiamare come l’ispiratore delle idee guida di questa relazione: Bruno Zevi (vedi Zevi, 1959).

La relazione di Astengo era stata pubblicata anche nel numero di dicembre 1968 de Il Ponte, con il titolo «La battaglia urbanistica: un clamoroso fallimento. Le nostre tigri di carta», suddivisa paragrafi con titoli significativi: Potremmo anche sciogliere il congresso; I “mostri” del miracolo economico; Il disegno Sullo soffocato prima di nascere; Riforma urbanistica: braccio di ferro e requiem; Eppure qualcosa (vedi Firenze)…; Leggi e decreti 1967-68: a quale prezzo; Insomma vogliamo essere travolti?

[33] In precedenza, infatti, si era avuto un altro caso di ricorso alle tappe legislative per narrare «il processo di pianificazione in atto»; questo era accaduto proprio nel 1960, quando cioè l’Inu si presentava come il proponente di una legge organica sull’urbanistica, il Codice dell’Urbanistica, cfr. G. Samonà, «Introduzione al Codice dell’Urbanistica: la pianificazione settoriale», in «VIII° Congresso Nazionale di Urbanistica», Urbanistica, n. 33, 1960.

[34] Vedi AInu.

[35] Vedi lo Statuto del 1944 (Urbanistica, nn. 3-6, 1944, art. 8), il primo documento ufficiale in cui sia contenuto un riferimento a questa relazione. Nello Statuto del 1949 (art. 8), oltre che di relazione morale, si parla anche del compito per l’Assemblea generale annuale di esaminare «l’attività svolta dall’Istituto nel campo culturale». Non si accenna, invece, neanche nel Regolamento del 1952, all’estensore di questa relazione, che di fatto è sempre statoil Presidente, sostituito (dal segretario Vincenzo Civico) soltanto nel periodo 1944-48, quando cioè l’Istituto mancava di un Presidente, e daLuigi Piccinato nel 1960, per la improvvisa scomparsa di Adriano Olivetti.

[36] Purtroppo nell’AInu non sono conservate le relazioni per il periodo compreso tra la fondazione e il 1943, e credo che queste non avessero una forma organica, essendo piuttosto un resoconto sommario dell’attività esposto oralmente dal presidente e riportato sinteticamente nei varbali. La serie di relazioni (annuali) esaminate (vedi AInu) parte da quella per l’Assemblea del 19.6.48 e giunge a quella del 1968. Non si rintracciano i verbali delle Assemblee successive al 1972 e fino a tutto il 1975; né la relazione per l’Assemblea del 1972, con alcune mancanze da segnalare: il 1950, il 1951, il 1969; a queste ho aggiunto alcuni documenti del periodo di gestione provvisoria (1944-48), i soli che consentissero di rintracciare riferimenti alla vicenda dell’Istituto dalla sua fondazione.

[37] Cfr. A. Calza Bini, Relazione sui compiti e le attività dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, Roma, febbraio 1943, datt. e G.B. D’A., Pro-memoria per l’On. Avv. Leone Cattani, datt. Roma, 4 agosto 1948; in AInu.

[38] Cfr. Inu, Breve riassunto dell’attività svolta dal giugno 1944 ad oggi, ciclo s.I., s.d.; Ufficio di Segreteria V. Civico (firma autografa), Relazione dell’Ufficio della Segreteria sulla situazione dell’Istituto al 1 luglio 1944, datt. Roma, 8 luglio 1944 (all. in Libro dei verbali); Relazione sulla Costituzione dell’Inu dalla fondazione al 1948 (manoscritto), datt., s.I., s.d.; in AInu.

[39] Tip. della Bussola, Roma; in AInu.

[40] Firmato “G.B.d’A.”. È senz’altro Giuseppe Borrelli de Andreis.

[41] Inu, Relazione morale sull’attività svolta dall’Istituto, all’Assemblea Generale dei soci, Napoli 21 ottobre 1949, datt. s.I., s.d.; in AInu.

[42] Vedi le Relazioni dal 1952 al 1960; in AInu.

[43] IX° Convegno nazionale d i urbanistica, Cagliari, Assemblea annuale dell’Inu, Relazione del Presidente, datt. s.I. s.d. (1963); in AInu.

[44] Idem, Fiorentino Sullo, Ministro dei Lavori Pubblici ed esponente rilevante del dibattito che si svolge nei primi anni ‘60, è presidente di una Commissione ministeriale per la riforma della legge urbanistica; formulerà nel 1962 una sua proposta di legge, che molto proviene sia dalle “frequentazioni” con Astengo, Piccinato e Samonà (con lui nella commissione) ma anche da quel Codice dell’Urbanistica presentato ufficialmente dall’Inu al Congresso di Roma del 1960. Il progetto di legge urbanistica è pubblicato da Urbanistica, nn. 36-37, 1962; sul dibattito vedi, dello stesso F. Sullo, «ll progetto urbanistico a mezza strada», in Id., Lo scandalo urbanistico, Vallecchi, Firenze 1964.

[45] Inu, Assemblea ordinaria dei soci, Firenze 24 ottobre 1964, Relazione del Presidente, ciclo s.I., s.d.; in Alnu.

[46] idem, p. 2-3.

[47] «Tutta la vicenda successiva vi é nota: “Le riserve, più o meno esplicite, manifestate… da parte di alcuni settori degli stessi partiti governativi” sono divenute non soltanto esplicite ma pesantemente condizionanti dopo la crisi di governo e durante le lunghe trattative per l’accordo del secondo gabinetto Moro. Alle numerose manifestazioni svolte a Roma e in numerose altre città hanno risposto gli organismi sindacali, gli enti locali, il movimento cooperativo con straordinario entusiasmo. Ma il divario tra la volontà popolare e l’azione governativa si é approfondito, come è stato già ripetutamente denunciato durante il Congresso che si svolge in questi giorni. (…) L’esperienza dell’anno scorso non ci consente di essere ottimisti, ma una cosa possiamo affermare: dopo questo Congresso, il governo non può presentarsi alle elezioni amministrative senza che lo schema di legge sia stato approvato dal Consiglio dei Ministri e inviato al Parlamento», Inu, Assemblea Ordinaria dei Soci, Firenze 24 ottobre 1964, Relazione del Presidente, ciclo s.I., s.d., 5pp; in AInu.

[48] Inu, Assemblea generale ordinaria dei Soci, Bologna 26 ottobre 1958, Relazione del Presidente, Calderini, Bologna (s.d.); in AInu.

[49] lnu, Assemblea annuale dei soci, Trieste 15 ottobre 1965, Relazione della Presidenza, datt., s.I. s.d.; in AInu.Tra l’altro la Relazione dà notizia dell’attività di .Riorganizzazione dell’Inu. Il Consiglio Direttivo Nazionale ha nominato una commissione allo scopo di formulare proposte per una migliore organizzazione deIl’Istituto. Tale commissione non ha ancora concluso i suoi lavori, ma potrà forse riferire in questa sede sugli argomenti discussi» (idem, p. 9).

[50] idem.

[51] lnu, Assemblea annuale dei Soci, Palermo 5 novembre 1966, Relazione della Presidenza; datt. s.I. s.d.; in Alnu.

[52] Idem.

[53] Inu, Assemblea ordinaria dei soci, Ancona 5 novembre 1967, Relazione del Presidente, datt. s.I. s.d.; in AInu.

[54] Idem.

[55] Idem.

[56] Inu, Assemblea ordinaria dei soci, Napoli 15 novembre 1968, Relazione del Presidente, cicl.; s.I. s.d.; in Alnu.

[57] Idem.

[58] Idem.

[59] In questo caso si analizzano dei testi più “complessi” di quelli considerati prima: qui l’Inu (esprimendosi in occasione di congressi e convegni), tende a dare l’immagine di sé all’esterno e, quindi, “ostenta” maggiormente le caratteristiche che ritiene possano essere positivamente giudicate dagli interlocutori verso cui si “espone”; inoltre, essendo occasioni di riflessione su determinati temi disciplinari, questi testi sono maggiormente “densi” di contenuti, ad esempio si estendono a tematiche generali suIl’urbanistica e sul molo deIl’urbanista. D’altro canto, qui si tenta di delineare alcune caratteristiche dei testi, descrivendone sinteticamente i contenuti comuni o accomunabili, anche con riferimento ai personaggi estensori dei testi; definire un ‘contesto’ generale di auto rappresentazione deIl’Inu, in cui collocare due questioni che si isolano, poi, ciascuna con un cenno a parte: una soglia frequentemente richiamata, il 1948; una fase in cui più intenso sembra l’interesse dell’Inu per una riflessione sulla propria storia, connesso ad una riflessione sul proprio molo, dal 1968.

[60] Vedi interventi e relazioni a i congressi e convegni Inu di: Zevi, 1963; Calandra, 1966; Astengo, 1969; Detti, 1972; Salzano, 1973; Detti, Salzano e Tutino, 1975; in AInu e Atti.

[61] Vedi interventi e relazioni ai congressi e convegni Inu di: Cattani, 1950; Inu s.d.[1952]; Zevi, 1955; Amati, 1956; Samonà, 1958; Olivetti, 1959; Astengo 1961; Samonà, 1961; Ripamonti, 1963; Zevi, 1963; «Mozione conclusiva della manifestazione», in (Inu 1964); Piccinato, 1964; Ripamonti, 1964; Samonà, 1964; Campos Venuti 1965; Detti, 1965; Inu, 1965; Ripamonti, 1965; Sergio Lenci, 1966; Ripamonti s.d. [1967]; Samonà (gruppo di lavoro coordinato da) s.d. [1967]; Commissione Nazionale di Studio, «Sintesi del “documento” finale per la ristrutturazione del XII° Congresso nazionale di urbanistica» (Napoli 1968), cicl. Roma, 23 luglio 1968; L. Quaroni, «Pianificazione urbanistica regionale e programmazione nazionale: problemi di metodo», Relazione al XII° Congresso nazionale lnu, cicl. s.I., s.d. [1968]; Samonà, (Commissione nazionale di studio), «Documento base per le proposte di strutturazione del Congresso di Napoli», ciclo s.I., s.d. (1968); Tutino, 1969; Zevi, 1969; Romano s.d. [1970]; Detti s.d. [1972]; De Lucia, 1975; «Mozione n. 3 dell’Assemblea Generale dei Soci», al XIV° Congresso L’Aquila 1975, ciclo s.I., s.d.

[62] Vedi interventi e relazioni ai congressi e convegni Inu di: De Carlo,1963; Quaroni, 1963; Calandra, 1966; Commissione nazionale di studio, 1968 (vedi nota sopra); Quaroni (1968) (vedi nota sopra); Samonà (1968) (vedi nota sopra); Romano s.d. [1972]; in AInu.

[63] Non mi occupo specificamente del terzo gruppo di testi. L’utilità di una eventuale rilevazione di tipo statistico potrebbe rivelarsi solo in rapporto ad uno studio approfondito sugli episodi specifici richiamati nei testi.

[64] Interessanti (anche se non sono tutti) i seguenti interventi o relazioni a congressi e convegni Inu: Calza Bini, 1938; Caracciolo, 1948 (n.b.: Caracciolo riporta la relazione di D. Andriello, «Per un più rigoroso procedimento nelle applicazioni della tecnica urbanistica»); Inu, 1950; Graziani, 1951; Zevi, 1953; Inu s.d. [1952]; Inu s.d. [1952]; Astengo, 1956; Gorio, 1956; Zevi, 1956; Manfredi, 1957; Olivetti, 1958; Delli Santi, 1958; Inu, 1965b; Forte s.d. [1966]; Zevi, 1969; Romano s.d. [1970]; Romano s.d. [1975]; in AInu.

[65] Unica eccezione il testo di Calandra del 1966.

[66] Solo Ludovico Quaroni era già membro effettivo prima della guerra.

[67] Per una recente interpretazione delle biografie di questi tre urbanisti che costruisce un legame forte tra le loro storie vedi P .Gabellini, «Figure di urbanisti e programmi di urbanistica», in G. Campos Venuti e F.Oliva (a cura di), Cinquant’anni urbanistica in Italia (1942 – 1992), Laterza, Bari 1993.

[68] Altri contributi (vedi le relazioni alle assemblee) sembrano invece provenire da personaggi con una fisonomia intellettuale più legata agli aspetti “politici” della disciplina, sono i personaggi che animano i Congressi: ed ecco una differenza tra Congressi e Convegni.

Un’interpretazione complessiva dei congressi e convegni in rapporto ad una storia dell’Istituto è esposta in modo articolato nella tesi di laurea citata. A questa si rimanda anche per interpretazioni accennate altre (vedi i piani regionali, ecc.). Sarebbe comunque interessante verificare queste ipotesi attraverso delle ricerche biografiche tendenti a rintracciare l’apporto dei singoli individui alla costruzione della fisionomia istituzionale dell’Inu: a questo stanno certamente contribuendo recenti atteggiamenti di ricerca storiografica: vedi alcuni riferimenti già citati (Olmo, Bianchetti, Nicoloso, Gabetti, ecc.) ed in particolare P. Gabellini e P. Di Biagi (a cura di), Urbanisti italiani, Laterza, Bari 1992.

[69] G. Astengo, «ll regolamento e l’operatività della legge», in X° Congresso deIl’Istituto Nazionale di Urbanistica – Firenze, 23-25 ottobre 1964, sul tema «Un ordinamento urbanistico democratico: forze – organi – regolamento della legge», Urbanistica, nn. 42-43, 1965; E. Detti, «Introduzione del Presidente dell’Inu», in Istituto Nazionale di Urbanistica, Lo sfruttamento capitalistico del territorio, Atti del XIII° Congresso – Ariccia 1-3 luglio 1972, s.I., s.d. [1972]; E. Salzano, «3. La riforma urbanistica. Problemi, obbiettivi e proposte», in Istituto Nazionale di Urbanistica, L’iniziativa urbanistica delle regioni, Atti del XIII° Convegno Perugia 1973, s.I. s.d. [1973].

[70] Vedi la relazione al Congresso del 1975 di A. Tutino, cit.

[71]L. Piccinato nel 1960 dirà: «Da ventidue anni dura la nostra lotta per una nuova Legge urbanistica; cioè proprio dal 1942; dal giorno stesso nel quale la Legge del 1942 è stata approvata!»; ma Calza Bini non accenna certo a questo.

[72] Una sintesi dei temi, oggetti, autori, modalità di questa auto rappresentazione dell”Inu, può essere sintetizzata per grandi gruppi tematici, nel seguente modo: il 1948, come “fondazione”?, Continuità e discontinuità nella vicenda dell’Inu; A partire dal Congresso di Napoli (tra cui: La relazione di Astengo: l’inizio di una autoriflessione dell’Inu e la metafora delle “Battaglie”) e 1969-1975: L’inu per una revisione del proprio ruolo.

[73] G. Samonà (Commissione Nazionale di Studio), «Documento base…cit.», s.d. [1968].

[74] E qui il problema mi sembra porsi in questi termini: l’Inu compie riflessioni sulla propria storia nei momenti in cui è stimolato da una rappresentazione del passato come .sconfitta», o piuttosto questa forma descrittiva è pervasivamente associata al proprio ruolo (e a quello della cultura urbanistica in genere), e dunque emerge anche (ma non solo) in occasioni di riflessioni storiche.

[75] B. Zevi, «Organizzazione del Congresso», in IX° Congresso dell’Inu, Milano 23-25 novembre 1962, sul tema «Programmi di sviluppo economico e pianificazione urbanistica», Urbanistica, n. 38, 1963.

[76] M. Romano, «Obiettivi e contenuti per una legge ordinaria sui regimi di proprietà e di utilizzazione del suolo», in Anci/Cnr/Inu, Convegno nazionale Il controllo pubblico del territorio per una politica della casa e dei servizi, Monograf Bologna s.d. [1970].

[77] Leone Cattani era stato eletto nell’Assemblea del 1948,durante il Congresso di Roma, che non aveva dunque inaugurato lui.

[78] L. Cattani, «Intervento», Seduta inaugurale 21 ottobre ore 10.30, in I problemi urbanistici nelle città di carattere storico, Atti l° Convegno nazionale di urbanistica, Napoli 21-23 ottobre 1949, stampa a cura di D. Andriello,presidente Inu sezione Campania, Napoli 1950.

[79] «Questa azione, così iniziata, è proseguita sistematicamente. L’Istituto è intervenuto presso i vari Ministri ogni volta che una legge riguardava l’attività urbanistica che aggiorni quella del1942, ha collaborato con il i Ministero dei Lavori Pubblici negli studi preparatori dei piani regionali, ha inviato i suoi esperti a discutere la legislazione regionali nelle regioni già costituite che la stavano approntando, ha spinto le sue sezioni a mettersi in contatto con i Provveditori e con le Camere di Commercio e ad iniziare senz’altro la preparazione dei piani regionali» (Inu, s.d. [1952a]).

«Gli urbanisti interpretano questa esigenza viva dell’opinione pubblica, sono stati e sono a disposizione degli organi dello Stato individualmente, o attraverso il loro Istituto (…). Molti dirigenti politici, molti membri del governo, vasti settori dell’Amministrazione hanno già capito; altri capiranno perché, in ultima analisi, è nel loro interesse» (Zevi, 1955).

«L’Istituto di urbanistica ha il merito di essere lo stimolo di questo incontro che non si esplica soltanto nei congressi, ma si articola in una collaborazione costante e cordiale col consiglio superiore dei lavori pubblici, in una partecipazione diretta alla vita degli enti» (Zevi, 1957).

«La politica dell’I.N.U. che aveva tentato mediante i Convegni e soprattutto i Congressi nazionali di promuovere una sollecitazione ai poteri politici per una via di moderne riforme» (Zevi, 1963).

« (…) a partire dal IX° Congresso di Milano del ‘62, si stava verificando una sorta di saldatura fra le istanze della cultura urbanistica e le esigenze della dialettica politica» (Ripamonti, 1965).

«I principi informatori del nuovo ordinamento urbanistico democratico, a cui gli urbanistici italiani sono pervenuti attraverso una ricerca sistematica, che va dal Congresso di Venezia del 1952 aquello di Milano del 1962, si ritrovano infatti negli accordi programmatici intervenuti tra i partiti della coalizione centro-sinistra» (idem).

[80] G. Campos Venuti, «Comprensori e comuni in un ordinamento urbanistico democratico», in X° Congresso dell’Inu, Firenze 23-25 ottobre 1964…, cit.

[81] «(…) se l’Istituto non vuole diventare soltanto la vestale passiva e indifferente di questi criteri [per un ordinamento urbanistico democratico], la sua strada è quella di sviluppare il suo impegno culturale autonomo», Idem.

[82] Inu, «Il II° Congresso Nazionale di Urbanistica ed Edilizia», Urbanistica nn. 5-6, 1947: è evidente, qui, tutta l’influenza nell’alimentare l’illusione dell’avvenuto e inderogabile riconoscimento ufficiale, dell’episodio dell’Esposizione di Parigi. Cfr. oltre.

[83] Nell’impossibilità di fare il Congresso di Napoli nel 1968, non si rinuncia a pubblicare le relazioni predisposte, in Urbanistica nn. 54-55, 1969.

[84] «Allegato n. l, Modificato n. 3», Assemblea Generale dei Soci, Arezzo 31 maggio 1969, in Libro dei verbali AInu.

[85] Anche se il testo è uscito nel 1980, tuttavia risente pesantemente degli orientamenti emersi nei primi anni settanta e, soprattutto per la storia dell’Inu, è evidente l’importanza assegnata al Congresso di Ariccia del 1972.

[86] Questa interpretazione mi pare consenta anche, da un lato, di restituire una motivazione ed una giustificazione ad una storiografia urbanistica che ha mostrato tradizionalmente una narrazione costruita fortemente per eventi esterni alla disciplina; dall’altro rende maggiormente comprensibile una recente quanto crescente insoddisfazione di alcuni urbanisti per questa stessa tradizione storiografica, ed il conseguente spostamento di attenzione sempre più verso aspetti disciplinari interni, sui modi di fare urbanistica, su strumenti e tecniche e, dunque, su una propria immagine disciplinare (ed una propria memoria) interna.

[87] Una restituzione più articolata di questi temi e secondo questa impostazione è in L. Besati, «L’urbanistica straniera nella riviste italiane», Cru, n. 5, 1995; a questo lavoro rimando per eventuali approfondimenti sugli accenni relativi ai rapporti con l’urbanistica straniera e le ipotesi costruite attorno al tema.

Tra i molti testi che nelle riviste danno notizie di questa partecipazione e esprimono pareri negativi sulla scarsa presenza italiana, vedi: C. Albertini, «Due congressi di Edilizia urbana», Ingegneria, n. 10, 1923; Cannizzaro, «Il congresso di Amsterdam (2-9 luglio1924», Architettura e arti decorative, n. 8, 1923-24 e (per la sezione italiana del Cpia, il vice presidente), .XI° Congresso internazionale degli architetti, Amsterdam-La Haye, dal 29 agosto al 4 settembre 1927», Architettura e arti decorative, 1926-27 (p.s.n. I-N dopo 480); Giovannoni, «Il recente Congresso internazionale dell’abitazione e dei piani regolatori», L’Ingegnere, n. Il, 1929; Minnucci, «Edilizia cittadina e piani regolatori (il congresso d’Amsterdam 2-9 luglio», Architettura e arti decorative, n. 2, 1924-25 e .La mostra internazionale di edilizia a Torino (maggio-giugno 1926», Architettura e arti decorative, n. 2, 1926-27; L. Piccinato, «I congressi durante la mostra internazionale di edilizia di Torino», Architettura e arti decorative, n. 5, 1925-26 e «Mostra internazionale di Torino 1926», Architettura e arti decorative, n. 6, 1926.

[88] È questo il nuovo nome della Federazione, così modificato nel 1926 (di cui si dà notizia nel congresso di Vienna dello stesso anno), ed in conseguenza del,quale si definirà un nuovo statuto adeguato; il nome precedente era «International Federation for Town and Country Planning and Garden Cities» (ma «Fédération internationale de l’aménagement des villes, des villages et des cités-jardins» in francese). Cfr. International Federation for Housing and Town Planning, International Housing and Town Planning Congress – Vienna 1926, «Vorwarts», Wien V.,1928.

[89] Nella sezione «Housing of the Very Poor», Virgilio Testa (Roma), Alberto Calza Bini (Roma), Giuseppe Gorla (Milano), P. Angella (Roma); nella sezione »Housing Buildings Costs» Cesare Chiodi (Milano); per «Legal and Practical Difficulties in Carrying out Town and Regional plans» Virgilio Testa (Roma).

[90] Durantela Mostra Internazionale di edilizia di Torino, svoltasi nel maggio-giugno 1926, vengono indetti ben sei congressi tra cui il Congresso dell’Igiene (10-20 giugno) e il Congresso dell’Urbanesimo (27-30 maggio).

Un articolo, su una pagina, de L’Architettura Italiana del giugno 1926 riporta in sintesi gli ordini del giorno votati per i cinque temi .senza che lo spazio ci permetta aggiungere altrimenti, (…) riservandoci di ritornare su tale importante argomento così poco divulgato nel campo anche dei competenti.» («Congresso dell’Urbanesimo… cit.», 1926).

Lo svolgimento del congresso appare fortelÌlente legato all’ambiente torinese e milanese, soprattutto se si guarda ai relatori generali, tra cui Ardy – di Genova ma legato ad Albertini e Betta e che con quest’ultimo si impegnerà nei primissimi anni di fondazione di Urbanistica come bollettino della Sezione Piemontese dell’Inu.

I temi ed i relatori sono i seguenti: 1° – Piani di ampliamento e piani regionali. Città satelliti e città giardino. Estetica Urbana. Politica delle zone verdi. Parchi e campi sportivi. Esecuzione dei piani regolatori e problema fondiario; 2° – L’Urbanesimo nella Legge Comunale e Provinciale vigente e nelle possibilità di un futuro ordinamento dei tributi locali; 3° – L’attuazione dei piani edilizi di ampliamento di risanamento dei grandi Comuni in base alle leggi vigenti ed in rapporto all’Urbanesimo; 4° – Creazione di un Istituto Nazionale di Urbanesimo; 5° – L’Urbanesimo in rapporto alle abitazioni popolari.

Cfr. per tutto: P. L. (Piccinato Luigi), «I congressi durante la mostra internazionale di edilizia di Torino», in «Notiziario», Architettura e Arti Decorative, V, 1925-26, 5, p. (s.n.) dopo p. 384; Piccinato L., «Mostra Internazionale di Torino 1926», Architettura e Arti Decorative, anno V, vol. I, fasc. 6, p.s.n. dopo p. 384 ; Valle C., «Mostra internazionale di edilizia a Torino», in .Notizie varie», Architettura e Arti Decorative, V, 1925-26, 2, p. (s.n.) dopo p. 192; Betta P., «L’unione degli architetti a Torino in occasione dei congressi dell’abitazione e dell’urbanesimo indetti dalla Mostra internazionale di edilizia», l’Architettura Italiana, 1926, giugno, p. 70; Minnucci G., «La mostra internazionale di edilizia a Torino (Maggio-Giugno 1926», Architettura e Arti Decorative, VI, 1926-27, p. 111-117; M. A. (Melis A.), «Congresso internazionale dell’Abitazione e dell’Urbanesimo», l’Architettura Italiana, 1926, giugno, p. 71; Albertini C., «L’urbanesimo in rapporto alle abitazioni popolari», comunicazione ai Congressi di Urbanesimo e dell’Abitazione, Torino, maggio 1926, La Casa, 1926, luglio; S. Ardy, Proposta per la creazione di un Istituto Italiano.., cit., 1926.

[91] Dopo il congresso di Parigi, la Fihuat tiene il suo XII congresso a Roma, dal 12 settembre (ma anche a Napoli e a Milano, dove si tiene la chiusura il 22 settembre); il “Comitato organizzatore” ha una struttura tutta italiana – poiché affidato al paese ospitante, come nella tradizione dei congressi Fihuat – ed una fisionomia piuttosto complessa, tanto che si apre un conto bancario per i fondi (vedi AInu). In occasione del Congresso viene organizzata a Roma la prima grande mostra nazionale dei piani regolatori (che già dal 1926 in occasione del congresso di Torino si era auspicata). La mostra è fonte di numerosi e sostanziosi resoconti sulle riviste ed all’evento è dedicato comunque uno spazio rilevante, anche come affermazione dell’Italia in campo internazionale. L’organizzazione appare fortemente romana ed attribuibile a quel gruppo che sarà poi protagonista della proposta e della realizzazione della fondazione dell’Istituto Nazionale di Urbanistica il cui archivio conserva ancora oggi del materiale piuttosto interessante sulla vicenda (vedi: «Congresso Internazionale dell’Abitazione e dell’Urbanistica, Roma 1929», in AInu). Cfr. per tutto: N.F., «Il Convegno internazionale dell’Abitazione e dei Piani Regolatori», La Casa, agosto, 1929; «Il XII Congresso della Federazione Internazionale delle abitazioni e dei Piani Regolatori», in «Supplemento sindacale» settembre, Architettura e Arti Decorative, IX, 1929, 1, p.s,n. dopo p. 48; Giovannoni G., «Il recente Congresso internazionale dell’abitazione e dei piani regolatori», L’Ingegnere, III, 1929, Il, p. 666-671; Ndr (Marconi P.), «Il XII concorso [sic!: congresso] della Federazione Internazionale delle Abitazioni e dei Piani Regolatori in Roma», in «Notiziario», Architettura e Arti Decorative, IX, I, 2-3, pp. (s. n.) I-III dopo p. 144; R. Pacini, «La mostra dei piani regolatori a Roma», Emporium, 1929, p. 272-83; V. Testa, «La prima mostra nazionale dell’abitazione e dei piani regolatori», Capitolium, V, 1929-30, lO, p. 489-97; L. Piccinato, «Il “Momento Urbanistico” alla Prima Mostra Nazionale dei Piani Regolatori», Architettura, IX, 1929-30, p. 195-235; V. Civico, «Maturità dell’urbanistica italiana alla prima mostra nazionale dei piani regolatori e delle realizzazioni urbanistiche», L’Ingegnere, XV, 1937, 7, p. 326-332; e 1937, 9, p. 383-442.

[92] L’organizzazione della sezione italiana affidata all’Istituto Nazionale di Urbanistica», Urbanistica, nn. 4-6, 1946.

[93] Per ciò che riguarda l’Inu, tuttavia, dalla sua fondazione il riconoscimento di gran parte della cultura disciplinare fu evidente: la nazione è una e l’Istituto nazionale di urbanistica può essere uno soltanto; e l’attività dell’Istituto nel ribadire questo concetto è da subito piuttosto evidente (vedi l’aspetto dell’organizzazione periferica). La tensione per il riconoscimento permane comunque, fino ad ottenere nel 1943 l’erezione in ente morale. Inoltre l’Inu aveva ottenuto il meglio che potesse sperare per la sua immediata affermazione all’interno del panorama disciplinare ancora in formazione – ed arriviamo così alle questioni internazionali: la sua fondazione, come istituto “nazionale”, era stata sancita direttamente dalla Federazione Internazionale dell’urbanistica e dell’Abitazione (Fihuat); quella stessa “gloriosa” federazione, nata dal lavoro di Raymond Unwin, come di Marcel Poete, di Ebenezer Howard e di H.Petrus Berlage. Ed in realtà l’Istituto si è sempre sentito figlio di questa “anima” dell’urbanistica internazionale, collaborando anche ai Ciam – ad esempio – ma in modo senz’altro meno diretto.

[94] A. Calza Bini, «L’istituto Nazionale di Urbanistica», (Comunicazione al III Congresso di Studi Romani. Era contemporanea), Urbanistica, n. 3, 1933.

[95] G. Gorla su «Finanziamento delle costruzioni per le classi medie e popolari con speciale riguardo ai mezzi per attrarre nuovi capitali», mentre Albertini su «Case ad appartamenti multipli nelle grandi città» (cfr. International Federation for Housing and Town Planning, International Housing and Town Planning Congress – Rome 1929, s.I., s.d.).

[96] «Replanning Old and Historic Towns to meet Modern Conditions/Sistemazione delle città a carattere storico per adattarle alle esigenze della vita moderna», illIl tema; .Methods of Planning for the Expansion of Towns, with Special Reference to Old and Historic Towns/Costruzione di nuovi quartieri alla periferia di centri urbani con speciale riguardo alle città aventi importanza storica o artistica» , il IV tema. (Cfr. International Federation …, cit., 1929).

[97] C’è un solo relatore di Napoli, Pantaleo, e Chiodi sul tema dei nuovi quartieri.

[98] Questo spunto assolutamente generico introduce un tema affatto rilevante, quello della costruzione di un linguaggio disciplinare; vedi, rispetto a questo, la vicenda del Lessico internazionale dei termini tecnici.

[99] A. Calza Bini, «L’Istituto… cit.», 1933.

[100] Congresso internazionale di tecnica sanitaria e igiene urbanistica: vedi Verbale di Giunta direttiva Inu, 16 aprile 1932 (in Alnu).

[101] Vedi Verbale del Comitato di Presidenza, 26 ottobre 1937, in AInu. Ma la data esatta di svolgimento del Congresso non è riportata: si fa soltanto cenno ad un «opuscolo, preparato da Civico e ad altre questioni organizzative sulle prossima Mostra di Vienna».

[102] La vicenda dell’E 42 non è tale che possa essere esaurita in questa sede. Per un aspetto inedito vedi oltre, mentre sulla complessiva questione vanno ricordati diversi testi specifici: Insolera, Italo e Di Majo, Luigi, L’Eur e Roma dagli anni Trenta al Duemila, Roma-Bari, 1986; Aa. Vv., E 42 Utopia e scenario del regime, 2 vol., Cataloghi Marsilio, Venezia, 1981; R. Mariani, E 42 un progetto per l’«Ordine Nuovo», Edizioni di Comunità, Milano 1987; G. Ciucci, «Dall’E 42 all’Eur. Una storia incompleta», Casabella, n. 539, 1987; V. Quilici, «L’E 42 in evidenza», Urbanistica, n. 88, 1987; G. Ciucci, «Una prima conclusione: l’E 42», in id., Gli architetti e il fascismo. Architettura e città 1922-1944, Einaudi, Milano 1989; G. Zucconi, «1942», in id., La città contesa, Jaca Book, Milano 1989.

Il carattere, assegnato ai testi che restituiscono le esposizioni internazionali all’estero in questo periodo, di esempi evocati in modo esplicitamente strumentale alla costruzione di ipotesi utilizzabili per l’organizzazione dell’esposizione di Roma del 1941 è evidente per Plinio Marconi che nel 1937 visita l’esposizione di Parigi e ne riporta un dettagliato resoconto nelle pagine di Architettura: «Ad una tale fortunata concomitanza tra valori politici e sociali e valori urbanistici ed edilizi riflettevo, mentre percorrevo i mirabili viali, gli amplissimi spazi, per recarmi all’Esposizione Universale 1937. E non potevo fare a meno di riandare col pensiero alle cose nostre, alla vita edilizia ed urbanistica di Roma (…). Tra la Roma antica ed il nuovo centro di Roma moderna, si stenderàla Via Imperiale, che dovrà costituire dunque per la Capitale, naturalmente in un piano urbanistico ed architettonico ben diverso, quello che per Parigi è stata la grande spina Tuiléries-Piazza della Concordia-Champs Elysées-Etoile. (…) Gli architetti italiani devono essere all’altezza del mirabile compito, per il quale non sono sufficienti le fertili idee motrici, ma si impongono energie realizzatrici illuminatamente dirette, organicamente ed unitariamente inquadrate. E sotto questo punto di vista da noi c’è ancora molto da fare. (…) Ho messo in chiaro finora alcuni pregi e parecchi difetti dell’Esposizione di Parigi. Non ho ancora accennato all’inconveniente che più colpiva i visitatori: al fatto cioè che l’Esposizione non era mai finita, e forse non lo è ancora, continuamente paralizzata da scioperi e dall’assenza di ferme direttive. Tale inconveniente è strettamente connaturato agli altri e tutti sono in relazione con l’attuale stato politico e sociale del paese. Criticare è facile, fare è difficile: agli architetti italiani spetterà dimostrare nella prossima Esposizione del ’41 che ad una situazione politica e sociale così felicemente diversa, deve corrispondere un adeguato risultato artistico e tecnico: compito non certo lieve» (P. Marconi, «Urbanistica e architettura a Parigi», 1937).

[103] Vedi «Congressi e Convegni, Associazioni e Federazioni internazionali. Cartella 1942», in AInu.

[104] Vedi un cenno – forse marginale, ma degno di nota perché unico nel panorama storiografico – che a questo evento si fa nel testo già citato E 42 Utopia e scenario del regime; il volume riporta soltanto poche notizie su una «Mostra dell’architettura e dell’urbanistica», che si sarebbe dovuta tenere nell’ambito della «Città dell’arte» e confessa la scarsità di informazioni di dettaglio; non si cita affatto il Congresso Internazionale (I vol., p. 114).

[105] Verbale del Consiglio generale, 12,6,34, in AInu. Le altre lingue sonoil francese, l’inglese, il tedesco.

[106] Si desisterà poi alla fusione per la «fama antifascista» della Federazione di Francoforte (vedi Verbale Giunta direttiva, 31.7.33, in AInu).

[107] In relazione a questa questione dei rapporti con l’estero, mi pare che la guerra e le mutate alleanze internazionali potrebbero rappresentare un elemento non irrilevante di costruzione di soglia.

[108] Vedi «Congressi e convegni, Associazioni e federazioni internazionali», in AInu.

[109] «L’organizzazione della sezione italiana affidata all’Istituto Nazionale di Urbanistica», Urbanistica, nn. 4-6, 1946.

[110] Ma anche per la costruzione di una storia dell’urbanistica italiana, l’evento assume una certa rilevanza proprio a partire dalla scarsa attenzione dedicatagli dalla storiografia. I due testi: M. Mamoli e G. Trebbi, Storia dell’urbanistica. L’Europa del secondo dopoguerra, Laterza, Bari 1988 e F. Brunetti, L’architettura in Italia negli anni della ricostruzione, Alinea ed., Firenze 1986, sono comunque da segnalare perché contengono un accenno alla vicenda, a partire dalla quale tuttavia – nel primo caso – si tracciano giudizi forse sommari e si formulano ipotesi frettolose sull’lnu e – nel secondo caso – ci si limita ad una descrizione essenziale sulla base di documenti di superficie.

[111] A questo proposito sarebbe interessante capire i meccanismi di assegnazione di questo incarico, anche in considerazione dell’attrito che in questo periodo si rileva tra l’lnu eil Cnr, che partecipa anch’esso, riguardo l’attribuzione di compiti.

[112] Esiste una relazione sulla ricostruzione in Italia, predisposta da Paolo Rossi de’ Paoli per la Conferenza di Parigi (in occasione dell’Esposizione del 1947): «Quale procedura è stata adottata e quali risultati sono stati raggiunti nel preparare i piani per la ricostruzione e cosa li ostacola» (in AInu).

[113] «L’organizzazione della sezione… cit.», 1946.

[114] Gli «uomini dell’lnu» in questa vicenda sembrano essere Paolo R ossi de’ Paoli e Giuseppe Borrelli de Andreis: il primo è nel Consiglio direttivo provvisorio (dal 1944), che si rinnoverà in via definitiva soltanto nell’ottobre del 1948; il secondo ha fatto parte della segreteria, con Vincenzo Civico e Plinio Marconi, fino al 1942; successivamente non ha ricoperto cariche specifiche.

Nel caso di Ligini, Marabotto e Racheli, mi pare che la scelta di affidar loro l’allestimento dell’Esposizione risponda più ad esigenze di competenza professionale, piuttosto che essere dettata dal conferimento di ruoli rilevanti all’interno della struttura organizzativa dell’Istituto.

[115] Da ciò è nata l’idea di raccogliere in una pubblicazione gli argomenti più interessanti esposti a Parigi, completandone ed approfondendone la trattazione, ed integrandoli con altri che diano un quadro, sia pur sommario, dell’attuale urbanistica ed edilizia italiana» (Inu, Urbanistica ed edilizia in Italia, (a cura del Consiglio Nazionale delle Ricerche), Inu Editore, Roma 1948).

[116] Urbanistica, numeri 1-2; 3-4; 5-6 del 1947. Ricordo tuttavia che in questo periodola rivista Urbanistica era un bollettino di poche pagine.

[117] Per gli organi della manifestazione e per il dettaglio dell’Esposizione, Sezione italiana, vedi: Inu, Exposition Internationale de l’Urbanisme et de l’Habitation – Paris, Juillet-Aout 1947Section Italiènne organisée par l’Istituto Nazionale di Urbanistica, Tip. Terme Roma, 1947.

[118] «Il programma dell’Esposizione di Parigi», Urbanistica, n. 4-6, 1946.

[119] Vedi: Inu, Exposition Internationale… cit., 1947.

[120] Sul piano regionale nel processo di costruzione disciplinare vedi oltre, 1.3.

[121] Ma vedi una attenzione recente nella interessante ricerca di Olmo, che colloca questo episodio in una riflessione storiografica più complessiva sull’urbanistica: vedi C. Olmo, Urbanistica e società civile. Esperienza e conoscenza 1945-1960, Bollati Boringhieri, Torino 1992.

[122] La narrazione di una “affermazione” dell’Italia nel panorama urbanistico internazionale viene inaugurata in occasione del Congresso di Roma del 1929; successivamente, soprattutto con il primo congresso Inu del 1937, si interpreteranno questi eventi pubblici come svolte rilevanti nella costruzione di un’autonomia disciplinare, Vedi, a questo proposito, e già citati testi di Giovannoni e Marconi sul Congresso del 1929; vedi inoltre: A. Melis de Vellis, «Dopo il Congresso di Roma», Urbanistica, n. 3, 1937; L. Piccinato, «Cammino dell’urbanistica italiana», Architettura, XVI, 1937.

[123] F. Natoli, «Piani regolatori regionali», Urbanistica, n. 6, 1933.

[124] Inu, Atti del l° Congresso Nazionale d’Urbanistica, Roma, Palazzo della Sapienza 5-7 aprile 1937, tipo Terme, Roma 1937 (2 voli., 6 fasc.). Sul dibattito su piano territoriale e piano regionale vedi anche: V. Testa, «Piani territoriali e piani regionali», L’Ingegnere, n. 4, 1943; V. Civico, «Piano territoriale uguale piano regionale», Urbanistica, n. 2, 1943; C. Albertini, «Piani territoriali e piani regionali», L’Ingegnere n. 2, 1943; V. Testa, «Piani territoriali», Urbanistica, n. 4, 1938,

[125] In molti momenti della storia, l’urbanistica ci appare come vivente in un quadro politico, come un elemento della politica, dell’arte di governo. Come tale é stata affermata talvolta nell’antichità, spesso nel rinascimento, raramente nell’epoca attuale (…). Considerare la vita di un centro urbano come dipendente da quella della sua regione, da quella della sua sfera; concomitante e ritmata con quella della produzione e con gli interessi dei comuni e delle città vicine, sembra a noi una cosa tanto ovvia da non richiedere parole di conferma, Eppure è occorso tutto un secolo di esperienze industriali, decenni di errori e tutta la imponenza del grande fenomeno dell’inurbamento perché a noi fosse dato di conquistare la luce checi offre il programma del piano regionale.

Abbiamo parlato di aspetto politico dell’urbanistica: di una certa dipendenza cioè dell’urbanistica dalla politica, intesa la prima come uno dei fattori della seconda. Ma anche questo aspetto ha un diritto ed un rovescio. (…) premettere insomma l’edilizia alle sue ragioni di vita (…) questo è il rovescio della medaglia, questa non è politica urbanistica ma urbanistica politica ossia non è politica e non è nemmeno urbanistica.», L. Piccinato, «Conquiste», Urbanistica, nn. 3-6, 1944.

[126] Vedi: Inu, Atti del I° Congresso.. cit.; Inu, La pianificazione regionale, Atti del IV Congresso Nazionale di Urbanistica, Venezia, 18-21 ottobre 1952, Castaldi, Roma 1953.

[127] V. Testa, «Piani territoriali», in Inu, «Raduno in Sicilia, 25-30 maggio 1938-XVI, Atti ufficiali», Nazione e Impero (numero speciale), anno Il, nn. 8-9.

[128] «Urbanistica tema Il°: Organizzazione e realizzazione dei piani territoriali e dei piani regolatori generali», in Inu, Urbanistica, fascicolo speciale dedicato agli Atti del 2° Congresso di Urbanistica e di Edilizia, Roma 17-21 giugno 1948, Supergrafiche Abete, Roma, 1948.

[129] Quando si afferma la .giusta dimensione», questa non è un luogo fisico (la regione), ma un .luogo» in senso figurato, direttamente connesso alla disciplina .la pianificazione regionale ha la giusta dimensione» (Zevi, 1953). Dunque èil piano regionale, non la regione, un elemento costitutivo della disciplina, non un oggetto fisico-spaziale esistente a prescindere da questa.

[130] S. Lenci, «La pianificazione urbana e comprensoriale», intervento al XI Congresso Inu, Palermo 1966; cicl. s.I., s.d.

 

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