Luigi Piccinato

Luigi Piccinato (Legnago 30 ottobre 1899 – Roma 29 luglio 1983) è stato Vice-Presidente dell’INU dal 1952, dopo il IV° Congresso dell’Istituto, al 1964; e poi ancora dal 1966, dopo l’XI° Congresso, al 1969. Architetto e professore universitario.

Si laurea a Roma nel 1923 presso la Scuola superiore di architettura appena istituita.

Lavorare a Roma alla fine degli anni venti non è facile, in un mondo professionale dominato da personaggi autorevoli come Marcello Piacentini, Gustavo Giovannoni, Alberto Calza Bini, e pervaso da mediazioni e polemiche. Piccinato mostra di sapersi muovere con sufficiente disinvoltura in quest’atmosfera di cui gli rimarrà l’atteggiamento battagliero ma insieme la capacità di adattarsi a situazioni mutevoli e di operare anche in condizioni sfavorevoli. Ed infatti egli emergerà presto: intorno alla metà degli anni trenta è già architetto, e soprattutto urbanista, importante.

La ricerca di un’autonomia professionale e disciplinare segna questi anni. Una autonomia che si gioca sul passaggio dall’architettura a un’attività ritenuta più “alta” e ancora tutta da inventare, nella quale si intrecciano da subito esercizio di un mestiere e ricerca di un ruolo nella società. Questo percorso verso l’urbanistica Piccinato lo compie rapidamente. Fiuta qualcosa nell’insegnamento di Piacentini (lavora presso il suo studio e come assistente nella scuola romana) che lo avvicina alla cultura tedesca e lo sollecita a concepire il progetto della città per composizione di masse e di sistemi urbani principali. Ancora di più, Piccinato trova sollecitazioni nel pensiero di Giovannoni, attraverso il quale familiarizza con la questione, centrale in questi anni, del rapporto tra “vecchie città ed edilizia nuova” e da cui raccoglie la portata di una concezione unitaria del piano.

I contatti con Piacentini e Giovannoni lo portano a collaborare con continuità alla rivista Architettura e Arti Decorative. Intanto respira anche aria “nuova”. Nel 1928 è nel Movimento italiano per l’architettura razionale; nel 1931 è presente a Roma alla Ilª Esposizione di architettura razionale, anch’egli dunque schierato contro Piacentini, che ritrova le proprie architetture montate in collage nel provocatorio “Tavolo degli orrori”. La polemica che ne segue tra accademici e razionalisti tocca tuttavia marginalmente Piccinato: il proseguire della collaborazione alla rivista Architettura, gli incarichi e i piazzamenti ai concorsi, sembrano indicare una posizione professionale sufficientemente solida.

Il passaggio verso l’urbanistica avviene sfruttando le occasioni offerte dalla politica del regime. Già nel 1926 fonda, con Gaetano Minnucci, il Gruppo urbanisti romani (Gur) con il quale partecipa a molti dei concorsi per i piani regolatori banditi in questi anni (a Padova, Brescia, Foggia, Assisi, Arezzo, Roma, Pisa, Cagliari, Perugia, Catania, Sabaudia, Aprilia, Palermo). Si tratta di un momento importante per dichiarare le differenze, per definire i connotati di quel “libero professionista” al quale ritiene debba essere demandata la costruzione della città. Un libero professionista dotato di una “tecnica modernissima”, di una “capacità di sintesi” e di una “coscienza urbanistica” che, secondo Piccinato, sono tra le componenti essenziali del mestiere, e che mancano totalmente ai “tecnici funzionari” degli uffici comunali.

Il professionista che Piccinato immagina affonda tuttavia le radici ben a fondo nel clima romano, ereditando in modo originale la concezione dell’”architetto integrale” di Giovannoni. La lezione giovannoniana è tuttavia piegata per inventare la nuova professione: l’architettura è la matrice dell’urbanistica ma è ad essa subordinata; arte e scienza sono ancora una volta individuate come le due componenti essenziali della materia, ma il campo in cui muoversi si allarga sempre più. Sono questi gli anni in cui Piccinato matura una profonda conoscenza della storia della città medievale, della geografia urbana francese, della manualistica tedesca, mentre contemporaneamente apprende le esperienze dei Ciam riconducendole a un razionalismo più mediato.

Quanto il successo della figura professionale incarnata da Piccinato fosse ormai maturo traspare nell’impostazione data nel 1930 all’Istituto nazionale di urbanistica, nel quale si trova sin dall’inizio. L’impegno è su più fronti. Architetto di successo (è del 1933 il Gran premio alla Vª Triennale di Milano), intensifica anche l’attività accademica. Libero docente di Urbanistica già nel 1930, da questo momento fino al 1947 è professore alla Scuola superiore di architettura di Napoli; nel 1933 e 1934 è assistente del corso di Applicazioni urbanistiche alla Scuola di perfezionamento di urbanistica a Roma.

Nel 1934 la realizzazione di Sabaudia chiude questa prima fase di costruzione di una autonoma professione e segna la soglia di un significativo allargamento dello sguardo oltre il limite della composizione cittadina. E dopo questa esperienza che i suoi interessi si spostano sempre più verso l’urbanistica, verso la “scienza del territorio” (sono della seconda metà del decennio i piani per Benevento, La Spezia, Castellammare di Stabia, Treviso, Napoli, Ivrea, Sorrento, Monte Faito).

Ormai maturi i tempi per operare sistemazioni della materia, nel 1937 Piccinato scrive la voce «Urbanistica» per l’Enciclopedia Italiana, delineando una disciplina come sguardo unitario sulla città, sul territorio, sulla società e come sommatoria di saperi: l’urbanistica corrisponde a “tutto il complesso delle discipline che hanno per oggetto i vari aspetti della vita degli agglomerati urbani”; ne sono parte l’architettura quindi, ma anche “l’igiene urbana, la statistica, la legislazione, la tecnica dei servizi pubblici, l’economia e la politica”.

Nello stesso anno con il I congresso dell’Inu si dà avvio a quel processo che porterà alla legge del 1942, alla cui formazione partecipa attivamente e che sarà per lui una vera “conquista”.

Ai successi seguono alcune delusioni. Prima con la vicenda dell’Esposizione universale di Roma del 1942: il progetto, di cui è incaricato nel 1937 con Piacentini, Pagano, Vietti e Rossi, verrà modificato più volte e passerà poi nelle sole mani di Piacentini. Poi con il piano di Napoli, cui lavora subito dopo: tra i più interessanti prodotti della cultura del momento, il piano verrà frettolosamente considerato superato, e poi gravemente manomesso divenendo simbolo degli ostacoli posti dal malgoverno all’operato dell’urbanista.

Il rallentamento dell’attività progettuale che il periodo di guerra impone, diventa per Piccinato una occasione di studio: porta a maturazione in questi anni le ricerche sulla storia delle città medievali e prepara la stesura del Manuale Urbanistica, che pubblica come dispensa universitaria nel 1943.

Segue il clima speranzoso del dopoguerra in cui Piccinato prosegue la sua ricerca senza mettere in discussione il passato. La tecnica che usa è la continuazione di quella messa a punto negli anni Trenta; a cambiare è soprattutto la predisposizione all’impegno, ora esaltata. Questo tuttavia non lo spinge nel terreno dell’autocritica: per Piccinato gli sforzi dell’urbanista sono sempre e comunque lotte in nome della società e di un futuro migliore, anche laddove gli intellettuali non hanno saputo smascherare le false ideologie. Ciò gli consente di tratteggiare un mestiere che sta sempre dalla parte del bene e di rafforzare anzi, in rinnovate condizioni, la fiducia nella possibilità di poter, almeno in parte, determinare la storia.

L’attività si fa quindi intensissima. La disciplina è ormai ritenuta pratica sufficientemente compiuta, la sua necessità è indubitabile; sempre che si sprovincializzi e tenga insieme risultati tecnici e valenze sociali. Al problema della ricostruzione Piccinato risponde operando in più campi. Nel 1945 fonda e dirige, con Mario Ridolfi, la rivista Metron. La tecnica urbanistica per la ricostruzione — non distante da quella che proporrà , l’anno successivo nel Manuale dell’architetto — è lo strumento operativo di una disciplina che fa proprie le stesse istanze ideologiche che sono alla base della Associazione per l’architettura organica. L’adesione all’Apao, fondata da Bruno Zevi al suo ritorno dagli Stati Uniti, è immediata. Parallelamente Piccinato si impegna sul fronte istituzionale e progettuale. Membro nel 1945 della commissione del Ministero dei Lavori pubblici per i piani di ricostruzione, ne redige in pochi anni una numerosa serie (a Campobasso, Segni, Legnago, Civitavecchia, Palestrina, Pescara). Piani che non esiterà a ritenere in seguito insufficienti, causa la natura stessa dello strumento.

In ogni caso l’esperienza della ricostruzione sembra rafforzare la propensione pedagogica e pragmatica che troverà un esito compiuto nel 1947 con la pubblicazione del manuale, in un momento che costituisce una parentesi di studio tra la precedente ricerca di autonomia e il ritmo serrato della pratica professionale successiva. Un libro ricco, dove alla volontà di affermare la raggiunta identità disciplinare usando tutta la riflessione dei decenni precedenti, si accompagna l’apertura al nuovo. Accostate in un testo in cui più che il rigore è importante lo spazio lasciato al colloquio tra diversi approcci, traspaiono le tracce della teoria di Giovannoni, della tecnica di Stubben, della “geografia delle città” di Lavedan, dei risultati dei Ciam; in modo esplicito si cita la lezione di Howard e Soria y Mata e si adotta l’organicismo di Sert.

Dopo una importante parentesi professionale e didattica in Argentina (tra il 1947 e il 1950), è chiamato da Giuseppe Samonà come professore ordinario di urbanistica all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia.

Siamo ormai nel 1950. La ricerca di spazi d’azione autonomi e di un vocabolario specifico per una nuova professione sembra orami conclusa. Dopo I’ottenimento di una prima serie di incarichi importanti, dopo la stesura di un  manuale ricco di assunti fondativi, dopo il consolidarsi della sua posizione istituzionale e accademica, Piccinato può così finalmente cominciare a costruire, oltre all’urbanistica, anche la città.

Tra i primi anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta, insieme alla attività di applicazione e divulgazione della disciplina, Piccinato intensifica anche la militanza e l’attenzione alla ridefinizione del sistema istituzionale. L’Inu costituisce un luogo di intenso dibattito entro il quale riveste un ruolo di primo piano diventandone Vice-Presidente nel 1952 e partecipandovi sempre attivamente.

Definire la “figura dell’urbanista” e la forma e i principi del piano organico, riflettere sulla salvaguardia dell’ambiente e dei centri storici, aggiornare il quadro legislativo, sono tra i principali temi che occupano Piccinato in questi anni. I passaggi sono significativi: da un atteggiamento di speranza finalizzato alla costruzione di un ruolo per l’urbanista e per il piano, a un atteggiamento di denuncia, alle “battaglie” per la disciplina. La fiducia nella possibilità di tradurre i programmi in piani non viene comunque meno: dal 1953 in poi il terreno della prassi è senza dubbio quello privilegiato. La sintesi tra aspetti tecnico-componitivi e sociali sarà, da questo momento in poi, oggetto di modalità di insegnamento differenti da quelle sperimentate nel manuale. È infatti il moltiplicarsi dell’attività a esprimere sempre più le sue intenzioni pedagogiche ed educative: poiché per far sì che la disciplina avanzi, “per creare una più viva coscienza urbanistica non v’è altro da fare che fare dell’urbanistica. Trasferire cioè il pensiero teoretico in una sede di pragmatismo quotidiano”. AI centro dunque i piani (Matera, Caprarola, Padova, Siena, Bassano del Grappa, Roma, Abano, Carrara, Legnago, Macerata, Eilat, Rosignano Marittimo, Atakoy, Istanbul, Bursa, L’Aquila, Benevento), sempre accompagnati da numerose altre esperienze di progettazione.

Sostanzialmente chiusa la fase della partecipazione agli appuntamenti architettonici di grande rilevanza (l’ultimo è forse, nel 1959, il concorso per il quartiere Cep alle Barene di S. Giuliano a Mestre, con Giuseppe Samonà e Giovanni Astengo), la sua attività rimane comunque intensa negli anni seguenti. Roma è la città che lo, vede maggiormente impegnato; prima nel 1954 con Ludovico Quaroni e altri, nel Comitato di esecuzione tecnica per il nuovo piano regolatore, poi nel 1962 con la redazione di un piano salutato “come una vittoria, come un monito, come una speranza”, ma che si dimostrerà di fatto paralizzato e inoperante.

Sono anni in cui Piccinato porta avanti un disegno di largo respiro, non perdendo occasione per rendere la materia applicabile, per diffonderne assunti e tecniche. Per farlo seleziona e orienta gli argomenti, accosta contributi diversi: fiuta all’interno dell’Inu, dell’ambiente universitario veneziano, attraverso l’impegno politico a Roma tra i socialisti, tutto ciò che può contribuire al consolidamento di quei pochi punti fermi continuamente predicati. E non importa se questo attingere da più parti può avvenire solo a costo di una parziale riduzione.

Per tutti gli anni Sessanta la sua presenza nel dibattito disciplinare è vivissima. Ma dilatare le proprie competenze su un quadro estesissimo significa delineare un posto per sé entro la società, riconfigurando l’intero quadro dei rapporti istituzionali e richiedendo sempre maggiori poteri. Per dare un assetto nuovo e più coerente alla città e alla società è necessario l’ausilio della legge. Ed è soprattutto sulla base delle sue proposte che prende corpo lo studio del Codice dell’Urbanistica nel 1960.

Il Codice dell’urbanistica e il piano di Roma costituiscono forse per Piccinato le punte estreme di un periodo che lo vede rivestire un ruolo di grande centralità. Nel 1961, aggiornando la voce «Urbanistica» per l’Enciclopedia Italiana, riconosce quale esito del dibattito degli anni precedenti l’acquisizione del notevole allargamento dei problemi che l’urbanista è chiamato a risolvere. Ma è forse proprio questa complessità a non essere più registrata puntualmente dall’urbanistica di Piccinato nel corso degli anni Sessanta e per tutto il decennio successivo. La sua centralità, il suo essere presente, mutano di significato; il tono battagliero si accompagnerà presto a qualche semplificazione disciplinare. La varietà degli argomenti affrontati lascia posto sempre più alla moltiplicazione delle esperienze, alla volontà di intervenire comunque. È ancora fare il piano ad apparirgli rilevante; fare e rifare ripassando a volte in città dove ha già lavorato in passato. I piani di questo periodo sono numerosissimi (Civitavecchia, Latina, Merano, Napoli, Eilat, Bolzanó, L’Aquila, Roma, Venezia, Pisa, Fano, Catania, Carrara, Monza, Rosignano Marittimo, Gorizia, Skopje, Tel Aviv, Grosseto, Orvieto, Macerata, Istanbul, Latina, Pisa, Sabaudia, Monfalcone, oltre a una serie di varianti e di piani per diverse città in Algeria).

Siamo ormai in un clima in cui emergono molti segnali di cambiamento, ma Piccinato continua sulla strada tracciata, la “malattia” che affligge il territorio si cura con il fare urbanistica, non con astratte e sofisticate teorizzazioni; la fede nell’accumularsi dei risultati è incrollabile, anche nel frequente disconoscimento dei suoi stessi piani. A irrigidirsi è proprio la positività da sempre attribuita all’urbanistica come “sintesi”; l’urbanista che immagina non può rinunciare a una posizione di privilegio rispetto ad altri saperi.

Mentre la sua facoltà di acquisire contenuti, metodi, strumenti disciplinari in modo da restituirne i tratti più tipici e più dibattuti del momento sembra via via indebolirsi, tende così sempre più ad attribuirsi la paternità di una pratica che per decenni ha fatto oggetto di incessanti tentativi di sistematizzazione e applicazione. La sua lunga carriera si chiude con il raggiungimento di una sorta di egemonia professionale, anche se la sua idea di piano chiaro e “semplice” è oggetto di frequenti banalizzazioni.

Lasciato nel 1963 l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia per passare alla Facoltà di Architettura di Roma, vi rimane fino al 1975. Negli ultimi anni della sua vita tiene ancora lezioni in molte sedi universitarie anche all’estero, è membro di diverse istituzioni prestigiose, riceve riconoscimenti importanti. Nel 1983 espone a Roma alla mostra “Cinquant’anni di professione”. Muore il 29 luglio dello stesso anno.

Da:

C. Merlini, «Luigi Piccinato 1899-1983», in Ministero dei Lavori pubblici, Le sculture di Paolo Borghi omaggio agli urbanisti del novecento, Roma 2001

 

 

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