Marco Romano

Marco Romano nato a Milano il 28 settembre 1934. Laureato in Architettura a Milano. Tesoriere dal 1970 al 1972; poi Segretario, insieme a Vezio De Lucia, dal 1972 al 1975. Direttore della rivista Urbanistica dal n. 67/1977, al nn. 76-77/1984.

Ha avviato nel 1961, subito dopo la laurea, un consistente studio professionale con Mario Bellini – in seguito con Augusto Cagnardi – seguendo molti progetti di architettura e nel campo urbanistico. È stato da quel medesimo anno assistente volontario di Giovanni Astengo all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, poi assistente straordinario, quindi professore incaricato di urbanistica e professore associato sempre all’IUAV, dove ha diretto il Dipartimento di urbanistica dal 1978 al 1982. In seguito sarà professore ordinario di urbanistica alla Facoltà di Architettura di Palermo, per poi trasferirsi a quella di Genova, dove è stato anche Coordinatore (1994-1998) del Dottorato di ricerca su Teorie e metodi della progettazione. Ha insegnato Esthétique de la Ville alla Facoltà di Ginevra e all’Accademia di Architettura di Mendrisio.

È stato il promotore di una fondamentale mozione all’Assemblea dei Soci dell’INU di Arezzo del 1969 – apparteneva a una generazione che ha coltivato le mozioni come strumento politico, ma anche come un genere letterario – che portò al Convegno nazionale di Bologna del 1970 su Il controllo pubblico del territorio per una politica della casa e dei servizi (atti in Urbanistica, n. 56, 1970), che ha rappresentato una svolta nella storia dell’Inu, e in seguito ha esposto una relazione ufficiale al Congresso INU di Ariccia nel 1972, dove cominciavano a prendere forma i motivi di una autocritica disciplinare che costituiranno il filo conduttore della sua attività teorica negli anni a venire.

Ha diretto la rivista Urbanistica per sette anni, confezionando il numero del Cinquantenario (nn. 76/77 del 1984), con un lungimirante articolo sulla dubbia consistenza epistemologica della disciplina urbanistica in Italia dal titolo “Dalla scienza all’arte”.

Prima di lasciare nel 1985 l’attività nell’INU, ha pubblicato L’urbanistica in Italia nel periodo dello sviluppo, 1945-1980 (Marsilio), e in seguito, nel 1993, L’estetica della città europea (Einaudi), poi nel 2004 Costruire le città (Skira), nel 2008 La città come opera d’arte (Einaudi), cui è stato attribuito il premio Capalbio; nel 2010 Ascesa e declino della città europea (Raffaello Cortina) e nel 2013 Liberi di costruire (Bollati-Boringhieri), oltre a diversi articoli sul Corriere della Sera.

Ha inoltre curato la Sezione Italiana della XVII Triennale di Milano sul tema Le città del mondo: il futuro delle metropoli (1988), che rappresentava un autentico manifesto di come rendere più bello un paysage pavillonaire sia a portata di mano, seme involontario – per via dell’eterogenesi dei fini – dell’idea di una città diffusa.

E naturalmente ha seguito un normale cursus honorum, nel consiglio dell’Ordine degli architetti e nella Commissione edilizia a Milano, o nel Consiglio superiore del MiBAC a Roma.

Nelle sue opere teoriche Romano sostiene che le città debbano venire ancora oggi disegnate prima di tutto con il proposito di renderle belle proprio come sono state realizzate in Europa negli ultimi dieci secoli, seguendo le stesse precise regole delle quali tutti erano un tempo consapevoli e che costituivano un corpus teorico rintracciabile proprio nelle città esistenti, un corpus rimesso in luce ricostruendolo in centinaia di città, e restituito nei numerosissimi “ritratti di città” raccolti nel sito www.esteticadellacitta.it.

Nello stesso sito sono consultabili anche alcuni progetti esemplari – esito di questi principi – che intendono dimostrare come la ricerca della bellezza possa cancellare il deserto del senso della città nuova, dove venga riconosciuta la dignità di ogni cittadino nella sfera simbolica: il progetto di due quartieri, ad Alba e a Milano, il programma per otto nuove porte monumentali a Milano, i progetti per il piano regolatore di Vimercate, per Modena nord e per Modena sud, per la zona settentrionale a Reggio Emilia e per quella meridionale a Ravenna.

Il libro preferito che ha sempre accompagnato Romano è Il Gattopardo: in primo luogo perché il suo protagonista, l’astronomo principe di Lampedusa è il suo trisnonno Giulio; in secondo luogo per il crescere della fama del lontano cugino, Giuseppe Tomasi, soprattutto dopo la morte, una crescita postuma nel DNA di famiglia che si augura toccherà anche alla sua memoria; infine per quel monumentale timballo portato così trionfalmente in tavola con tutta la sua fragranza.

 

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