Sessione 13 – Specificità della città del sud

Discussant: R. Gerundo
Coordinatore: Angela Barbanente

Il protagonismo delle città centro-settentrionale è mediamente più alto rispetto a quelle meridionali, fermo restando le eccellenze presenti anche al sud, anche se risulterebbe di estremo interesse conoscere l’entità e la distribuzione geografica di tale divario, al fine di rendere effettivamente mirate politiche governative statali e regionali, tese al suo positivo riequilibrio in tempi rapidi e controllabili.
Se l’intervento per infrastrutture materiali rimane ancora importante e necessario per le città meridionali, anche in relazione alla loro completa e definitiva fuoriuscita da latenti condizioni di tardo-isolamento, molto c’è ancora da fare sul versante delle infrastrutture immateriali, da riguardarsi sempre di meno in termini di generica animazione socio-economica per concentrarsi sulla effettività dei processi di governo del territorio.
È necessario, a tal fine, superare ritualismi accademico-culturali con l’obiettivo di una rinnovata pratica della concretezza progettuale, amministrativa e tecnica, che declini in maniera compiuta la formazione degli strumenti urbanistici, facendo evolvere positivamente le forme del piano (strategico-strutturale, programmatico-operativo, ecc.) ai diversi livelli, comunale, intercomunale e di area vasta, nelle configurazioni che la riforma dell’ente intermedio, a valle del superamento delle provincie, renderà cogenti.
In sostanza, le politiche per le città del sud devono partire dalle città stesse e dalla loro capacità di auto-organizzare il proprio futuro, fuoriuscendo dalle logiche assistenziali ed eterodirette che hanno caratterizzato l’intervento straordinario nel Meridione d’Italia, dalla Cassa per il Mezzogiorno agli interventi strutturali della più recente programmazione comunitaria, connotate queste ultime da un astratto burocratismo transcalare, dagli uffici europei a quelli regionali.
Appare, quindi, indispensabile che si attivino politiche urbane dal basso, rendendo protagonisti i governi locali, da impegnarsi nel liberare le risorse territoriali latenti, inespresse e improduttive.
Alcuni campi da arare per ottenere tale risultato riguardano la valorizzazione del patrimonio e demanio pubblico, allo stato completamente assente sullo scenario nazionale e, in particolare e in modo eclatante, nel sud del paese.
Inoltre, il Mezzogiorno deve chiudere la stagione infausta dell’abusivismo edilizio mettendo in essere le necessarie ed innovative forme di efficace contrasto del fenomeno, non disgiunte da azioni legislative che tendano a definire in modo conclusivo le decine di migliaia di istanze di sanatoria edilizia, ai sensi delle tre normative emanate negli ultimi trent’anni, ancora giacenti negli uffici tecnici comunali.
Le città meridionali, ancor più di quelle centro-settentrionali, registrano tensioni abitative non solo nelle grandi aree metropolitane ma anche nelle piccole e medie città.
La risposta si ritrova nel superamento della storica edilizia economica e popolare per affermare la diffusione di edilizia residenziale sociale, d’iniziativa privata ma pubblicamente indirizzata e controllata.
Ulteriore freno allo sviluppo delle economie delle città del sud è rappresentato da un approccio astrattamente e ritualmente conservativo al territorio ed ai suoi spesso illusori caratteri, sostanziatosi negli strumenti di tutela operanti, quali i piani territoriali paesistici o paesaggistici e i piani dei parchi e delle riserve naturali statali e regionali.
Ciò accompagnata da una presenza archeologica diffusissima, gestita in un’ottica completamente avulsa da qualsiasi pratica virtuosa capace di coniugare salvaguardia e produzione.
Infine, lo strumento finanziario di governo di tali processi deve essere la declinazione programmatica del federalismo fiscale comunale e intercomunale o di area vasta, su cui basare i bilanci e gli atti di programmazione degli enti locali, singoli e/o associati. Un federalismo che nelle realtà comunali multipolari, condizione molo diffusa nel Mezzogiorno, anche negli insediamenti medio-piccoli, annoveri una dimensione sociale e solidale infracomunale.

 

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