Prime risposte dal mondo scientifico
Lettera alle Università del Presidente Federico Oliva - lettera_presidi_direttori_universita
- In relazione alla lettera del prof. Oliva, che non si può non condividere nell’impostazione e nei riscontri strategici e operativi, in qualità di Direttore del Dipartimento di Progettazione Urbana e di Urbanistica dell’Ateneo Federico II di Napoli, segnalo l’attenzione e l’interesse di carattere scientifico e culturale del DPUU a sostenere gli indirizzi di un processo di ricostruzione e re-infrastrutturazione del territorio che, superando l’emergenza post-sisma, sia attento anche si nuovi valori di sostenibilità e qualità urbana e ambientale. Proponendosi di individuare i piani più opportuni di interrelazione con l’INU ed estendendo ai docenti del DPUU maggiormente interessati al problema la sollecitazione al dibattito scientifico sull’argomento, porgo i miei più cordiali saluti - Mario Losasso
- Qui di seguito un intervento di Vito Cappiello, professore ordinario di Architettura del Paesaggio e del Territorio presso la Facoltà di Architettura di Napoli - Cappiello_su_sisma_abruzzo
- Qui di seguito un documento sulla prevenzione del rischio sismico di Carlo Monti, Presidente del corso di laurea in Ingegneria Edile/Architettura, Università di Bologna - Monti_su_ricostruzione
- La Natura si ribella in Abruzzo - Come mimetizzare i segni delle ferite di Luigi Calcagnile, Università La Sapienza - Roma - calcagnile_unionesarda_090429
- Un terremoto già visto, di Alessandro Bianchi, Università delle Calabrie, uscito su Europa del 14 maggio 09. ab_terremoto_europa
- Un contributo da Marco Romano, dell’IUAV, prodotto appositamente per questo blog. marco_romano_laquila

Udine, 22 aprile 2009
A livello politico, sia statale che regionale, viene in questi giorni riproposto il “modello Friuli” per la gestione del dopo-terremoto in Abruzzo.
Dopo oltre trent’anni, forse non è inutile ricordare in che cosa è consistito questo “modello Friuli”: concessione di fiducia e operatività dallo Stato alla Regione, e dalla Regione ai Comuni, certamente; decisione rapida e unanime di non prendere in considerazione la soluzione urbanistica della “new town”, proposta in una certa fase della riorganizzazione post-sismica, e applicata peraltro in occasione di altre catastrofi naturali, dal Vajont al Belice (un’indagine obiettiva sull’esito di iniziative del genere andrebbe fatta, con risultati istruttivi); decisione finale di ricostruire “com’era e dov’era” sia pure a prezzo di faticose e interminabili operazioni di ricucitura e, per quanto possibile razionalizzazione del tessuto fondiario incredibilmente parcellizzato dei vecchi centri abitati.
Ma se il “modello Friuli” ha nel complesso funzionato, lo si deve anche ad altre circostanze, meno conosciute ma, si può affermare, non meno importanti.
In primo luogo, la rapidissima procedura posta in atto per la quantificazione del costo per la riparazione degli edifici lesionati in misura non irreparabile, che in ogni terremoto sono presenti in misura generalmente maggiore di quanto possa risultare da una prima valutazione sommaria.
È stata questa la prima occasione in cui la professione tecnica ha dato un più che valido, indispensabile contributo alla realizzazione delle direttive dell’Ente pubblico. La redazione di oltre 80.000 verbali di stima del danno, basata su un metodo parametrico assolutamente innovativo, è stata un’impresa che, col coinvolgimento di un migliaio di liberi professionisti, ha costituito la prima, essenziale, base per tutta la successiva catena di stime del danno, e di stanziamento dei relativi finanziamenti, oltre che, beninteso, di corresponsione dei primi contributi ai cittadini danneggiati.
La seconda, ancora più importante, fase della collaborazione fra la libera professione e l’Ente pubblico si è svolta nell’attuazione di quella fase di maturo ripensamento e programmazione della campagna di ricostruzione del patrimonio edilizio danneggiato che, dopo il nuovo terremoto del settembre 1976 – e il conseguente tragico tramonto del sogno iniziale “dalle tende alle case” – ha impegnato per mesi le amministrazioni pubbliche nella predisposizione ed attuazione di un piano di interventi di dimensioni mai viste.
Occorre ricordare infatti – che anche se in generale si parla di “ricostruzione del Friuli” – che le abitazioni realmente “ricostruite” sono state circa 20.000, contro i circa 75.000 edifici riparati e resi antisismici.
L’organismo di coordinamento e direzione (“gruppo interdisciplinare centrale”) e gli organismi operativi di progettazione e direzione lavori (i cosiddetti “gruppi b”) erano costituiti interamente da professionisti, col solo coordinamento di alcuni funzionari regionali; professionisti erano in massima parte gli autori di quella completa documentazione tecnica (i “D.T.” ed i “C.T.”, i capitolati, i prezzari) che, con la standardizzazione e la diffusione capillare di tutte le componenti tecniche, procedurali, contrattuali dell’operazione di recupero, hanno consentito risultati di soddisfacente omogeneità ed elevata qualità, malgrado le dimensioni straordinarie del territorio (137 comuni) e delle risorse umane impiegate (circa 800 professionisti). In tutto questo lavoro, così eterogeneo nelle componenti tecniche, ma unitario nelle finalità e procedure, gli ingegneri hanno avuto un ruolo fondamentale; non tanto e non solo per le specifiche competenze professionali nel campo dell’edilizia, quanto per la vocazione all’organizzazione razionale del lavoro, componente importante della struttura mentale di questa categoria.
Oggi, a seguito del terremoto che ha colpito l’Abruzzo, i colleghi Ingegneri friulani hanno risposto con immediato slancio e disponibilità a recarsi in quelle terre per offrire la propria esperienza, acquisita sia nella fase immedita del post- terremoto, sia nei lunghi anni della ricostruzione, affinando le tecniche costruttive più idonee per le diverse tipologie edilizie, legate soprattutto al recupero del patrimonio edilizio esistente.
Speriamo che analoghi criteri di stima e analoghe soluzioni operative siano adottate nei prossimi giorni dalle Autorità competenti convinti che il cosiddetto modello “Friuli” possa essere tranquillamente esportato avendo dimostrato sul campo la sua validità.-
Ing. Gianpaolo Guaran
(Presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Udine)
Nel caso dell’Abruzzo si parla impropiamente di new towns. Si dovrebbe parlare, se mai, di new towns provvisorie. Infatti i complessi residenziali di cui il governo ha avviata la realizzazione (che costituiranno nuclei esterni agli abitati) serviranno per dare prima dell’inverno una abitazione confortevole a chi oggi sta in tenda (circa 13.000 cittadini). Saranno però realizzati in modo da essere tramutati, quando i terremotati insediati dovessero tornare ad abitare nei centri urbani in campus per universitari. Saranno perciò inizialmente costruzioni residenziali enegeticamente autosufficienti, antisismiche e dotate di tutti i servizi utili per la residenza. Successivamente questi complessi saranno integrati con stutture universitari e quindi non saranno mai quartieri residenziali ghetto.
La soluzione sembra ottimale perchè risolve il problema immediato (levare sollecitamente la gente dalle tende) e nello stesso tempo crea risorse (strutture universitarie) che costituiranno un apporto significativo per il rilancio della Università aquilana che conta trentamila iscritti. Tutto questo ottimizzando la spesa perché non saranno installate costruzioni destinate, chiusa l’emergenza, alla demolizione.